Forte mobilitazione di lavoratori, studenti e precari nel centro città
A Roma, nel pomeriggio di sabato 23 maggio, l’Unione Sindacale di Base (USB) ha dato vita a una manifestazione nazionale con concentramento alle ore 14 in piazza della Repubblica e successivo corteo nel centro della capitale. Alla mobilitazione, secondo le stime diffuse dagli organizzatori, hanno partecipato circa 15 mila persone.
Il corteo ha attraversato le strade di Roma con una forte presenza di lavoratrici e lavoratori provenienti da industria, logistica, trasporti, servizi pubblici, scuola e sanità, insieme a studenti, precari e pensionati. La piazza si è presentata come un appuntamento nazionale contro l’aumento del costo della vita, la compressione salariale e l’erosione progressiva dei diritti sociali.
Fin dalle prime fasi della manifestazione, il nodo centrale delle rivendicazioni è stato l’attacco alle condizioni materiali del lavoro salariato: salari fermi, precarietà diffusa, tagli al welfare e crescente difficoltà nell’accesso ai servizi essenziali. Al centro anche la richiesta di un’inversione di rotta sulle politiche economiche, con particolare attenzione alla redistribuzione delle risorse pubbliche.
La mobilitazione ha assunto esplicitamente un profilo contro la guerra e contro le politiche di riarmo, considerate dagli organizzatori parte di un più ampio sistema economico e politico che sottrae risorse a sanità, istruzione, casa e protezione sociale. Lo slogan “abbassare le armi e alzare i salari” ha sintetizzato la linea politica della giornata, indicando una contrapposizione diretta tra spesa militare e bisogni sociali.
Nel discorso portato in piazza, la guerra non è stata letta come un fenomeno isolato, ma come elemento strutturale di un modello economico globale definito dagli organizzatori come segnato da logiche di competizione, controllo e sfruttamento. In questa cornice, le politiche di riarmo e gli allineamenti geopolitici vengono interpretati come strumenti che aggravano le disuguaglianze interne e sottraggono risorse al mondo del lavoro.
La manifestazione ha assunto anche una chiara connotazione internazionalista, con riferimenti alla solidarietà verso i popoli coinvolti nei conflitti e in particolare alla Palestina, oltre che a Cuba, indicate come simboli di resistenza a dinamiche considerate imperialiste. La piazza ha espresso un rifiuto delle guerre in corso e delle politiche estere delle grandi potenze, lette come fattori di instabilità e impoverimento globale.
Non sono mancate critiche frontali alle politiche del governo italiano, accusato dagli organizzatori di contribuire a un sistema di tagli sociali e aumento delle spese militari, inserito in un quadro di subordinazione alle alleanze euro-atlantiche. Le contestazioni hanno riguardato anche la compressione del diritto di sciopero e le condizioni del lavoro migrante, considerate parte dello stesso processo di precarizzazione.
La presenza di Potere al Popolo e di altri soggetti politici e sociali ha rafforzato il carattere politico della giornata, che è stata descritta dai promotori non come un evento isolato ma come un passaggio dentro una fase più ampia di conflitto sociale.
Secondo il racconto della piazza, la manifestazione ha rappresentato un momento di ricomposizione del mondo del lavoro e di rilancio dell’organizzazione dal basso, con l’obiettivo dichiarato di opporsi a guerra, austerità e modelli economici definiti di stampo imperialista, riportando al centro salario, diritti e welfare.
Ciro Crescentini

