Una terapia genica sperimentale mostra risultati incoraggianti nei modelli preclinici, ma servono oltre 2 milioni di euro per arrivare ai test sull’uomo
Il tempo, per chi convive con la malattia di Lafora, non è mai neutro. È una presenza costante, che scorre più veloce del normale e che pesa soprattutto sulle famiglie. I genitori lo sanno bene: ogni mese che passa può fare la differenza tra una funzione preservata e una persa per sempre. Se potessero affidare un desiderio al Natale, sarebbe uno solo: avvicinare una cura prima che sia troppo tardi.
La malattia di Lafora è una patologia genetica rarissima e devastante. Nasce da un difetto nel metabolismo del glicogeno che porta all’accumulo di zuccheri anomali, soprattutto nel cervello. Per anni tutto procede in silenzio. Poi, spesso durante l’adolescenza, arriva il primo segnale: una crisi epilettica. Da lì inizia una progressione inesorabile. I movimenti diventano incerti, le capacità cognitive si deteriorano, anche i gesti più semplici – contare, camminare, pensare – smettono di essere scontati. L’aspettativa di vita, dopo l’esordio clinico, è in media di 5-10 anni.
In Italia i pazienti sono circa una trentina; nel mondo, poche centinaia. Numeri troppo piccoli per attirare facilmente grandi investimenti industriali. La ricerca avanza, ma spesso a rilento, sospesa tra promesse e sperimentazioni che faticano a decollare. Eppure, oggi, qualcosa sembra muoversi davvero.
All’orizzonte prende forma un progetto di terapia genica che potrebbe cambiare la storia naturale della malattia. Un lavoro complesso, già avviato, che coinvolge ricercatori italiani e stranieri, sostenuto da una realtà piccola ma determinata: l’Associazione Malattie Rare Mauro Baschirotto. L’obiettivo è accelerare lo sviluppo di una terapia basata su virus adeno-associati ricombinanti, utilizzati come vettori per introdurre una copia funzionante dei geni Epm2a o Epm2b. In questo modo si punta a ripristinare la produzione delle proteine laforina e malina, la cui assenza causa l’accumulo dei cosiddetti corpi di Lafora e la progressiva neurodegenerazione.
Il trattamento, somministrato per via endovenosa, è stato testato in modelli preclinici con risultati definiti incoraggianti. Nei topi trattati si è osservata una riduzione significativa dei depositi patologici nel cervello, una diminuzione dell’infiammazione, una normalizzazione della trasmissione sinaptica e, parallelamente, un miglioramento delle funzioni motorie e cognitive, oltre a una minore predisposizione alle crisi epilettiche. Gli studi sono iniziati in fase giovanile della malattia, ma sono in corso valutazioni anche su stadi più avanzati, per capire se il trattamento possa essere utile anche quando il danno è già in parte instaurato.
Dal punto di vista della sicurezza, i dati disponibili indicano che l’approccio è ben tollerato e potenzialmente in grado di correggere i difetti molecolari alla base della patologia. Un passaggio chiave è arrivato con una pubblicazione scientifica uscita a novembre 2025 sulla rivista Clinical and Translational Medicine, firmata da un gruppo dell’Universidad Autónoma de Madrid insieme a ricercatori dell’Università di Perugia e della Fondazione Malattie Rare Mauro Baschirotto Bird Onlus. Lo studio mostra come la somministrazione endovenosa abbia prodotto risultati paragonabili, se non superiori, a quelli ottenuti in precedenza con modalità molto più invasive.
Il nodo, ora, sono le risorse. Per completare lo sviluppo preclinico e avvicinarsi ai test sull’uomo servono oltre 2 milioni di euro: circa 1,1 milioni per ciascuno dei due vettori in studio. A fare il punto è Anna Albarello, volto e motore dell’associazione: «Servono risorse importanti per completare il percorso preclinico. Solo così potremo pensare concretamente ai test sull’uomo».
Una corsa contro il tempo che Anna Albarello conosce bene. Nel 1987 ha perso il figlio Mauro, morto a 16 anni per una malattia autoimmune genetica che allora non aveva ancora una diagnosi certa. «All’epoca si brancolava nel buio. Il gene responsabile è stato identificato solo dieci anni dopo la sua morte», racconta. Un’esperienza che ha segnato lei e il marito Giuseppe, spingendoli a trasformare il dolore in un impegno costante a favore delle malattie rare.
Negli anni, l’associazione ha contribuito a rendere possibile uno dei più grandi successi della terapia genica: quello per la leucodistrofia metacromatica. Fu grazie al sostegno iniziale a ricercatori come Claudio Bordignon e Luigi Naldini che il progetto riuscì ad arrivare alla fase preclinica, superando scetticismi e ostacoli. Nel 2010 venne trattato il primo bambino, Mohamad; nel 2013 i risultati furono pubblicati su Science; nel 2020 la terapia ottenne l’approvazione definitiva della Commissione europea, sotto il coordinamento di Alessandro Aiuti.
«È stato qualcosa di meraviglioso e profondamente commovente. Abbiamo visto una bambina della nostra associazione tornare a vivere», ricorda Anna Albarello.
Oggi la speranza è di replicare quel percorso anche per la malattia di Lafora. Tutto è iniziato dall’incontro con una madre di Perugia che ha chiesto aiuto per suo figlio. «Abbiamo riunito esperti internazionali, cercato le strade possibili e finanziato un primo bando. Da lì è nata la collaborazione tra il gruppo spagnolo e l’Università di Perugia», spiega.
Il progetto si trova ora in una fase decisiva. «Per pensare a un trial clinico dobbiamo far testare i vettori da un’azienda esterna e completare tutte le verifiche richieste», sottolinea Anna Albarello. Per questo l’associazione ha avviato nuove iniziative di raccolta fondi, tra cui la presentazione del libro fotografico L’istante presente, il cui ricavato sarà interamente destinato alla ricerca.
«Riceviamo continuamente appelli dai genitori che assistono impotenti alla perdita progressiva delle funzioni dei loro ragazzi. È una sofferenza enorme», conclude. «Ma non siamo soli. In molti stanno già dando una mano. E noi continuiamo a correre, perché il tempo per questi bambini non aspetta».
Red

