Famiglie, studenti e delegazioni No Tav denunciano il taglio dei servizi sociali e la militarizzazione del quartiere
Nel pomeriggio Torino si è trasformata in un teatro di tensione e solidarietà. Oltre diecimila persone hanno attraversato le strade della città per contestare lo sgombero del centro sociale Askatasuna, avvenuto giovedì mattina, e per difendere uno spazio che per decenni ha rappresentato un punto di riferimento politico, sociale e culturale per il quartiere Vanchiglia e per l’intera città.
Il corteo, partito dall’area universitaria di Palazzo Nuovo, ha riunito studenti, famiglie, bambini, attivisti e delegazioni arrivate da molte altre città. Gli slogan scanditi – «Askatasuna vuol dire libertà» e «Guai a chi ci tocca» – hanno accompagnato una manifestazione che, fin dall’inizio, si è svolta sotto un imponente dispositivo di ordine pubblico.

Quando la manifestazione si è avvicinata alla zona di corso Regina Margherita, l’atmosfera è cambiata bruscamente. Le forze dell’ordine hanno sbarrato l’accesso all’area dell’ex centro sociale e sono intervenute con idranti e lacrimogeni. Il corteo ha resistito rimanendo compatto lungo il corso, mentre la città appariva divisa in due: da un lato i manifestanti, dall’altro una vasta area militarizzata.
Lo sgombero e la mattina che ha cambiato il quartiere
Tutto era iniziato all’alba di giovedì. Lucia, ottant’anni, ex insegnante, vive da tempo a Vanchiglia. Affacciandosi alla finestra ha visto le strade riempirsi di camionette e agenti in assetto antisommossa. «Fa male perché era una risorsa per il quartiere», racconta mentre offre il tè alle persone radunate davanti allo stabile. Le scuole della zona sono rimaste chiuse, la circolazione interrotta.

Per molti residenti non si è trattato solo della chiusura di un edificio. «Quando sono arrivata qui con un bambino piccolo non c’erano spazi gratuiti dove far giocare i figli», racconta un’abitante. «Askatasuna ci ha accolto, creando una ludoteca, un’estate ragazzi, un comitato di quartiere aperto a tutti».
Durante la pandemia, lo spazio aveva organizzato distribuzioni di mascherine, tamponi e pacchi alimentari. «Ha sempre rappresentato quelli che non avevano nulla», sintetizza Lele Rizzo, storico militante del centro sociale.

Un patto interrotto
Negli ultimi mesi sullo stabile era in corso un percorso istituzionale per il riconoscimento come bene comune. Un accordo che mirava a coniugare autonomia politica e funzione pubblica. «Qui si stava ricostruendo uno spazio civile per la città», racconta il sindacalista Usb Giorgio Cremaschi, tra i garanti del patto. «Ho visto giovani lavorare nel fango per rimettere in piedi questo luogo: forse è proprio questa libertà che dà fastidio».
Il Comune ha invece annunciato il recesso dal patto nelle stesse ore dello sgombero. Luce e acqua sono state tagliate, gli ingressi murati. «Il filo si è spezzato», osservano dal quartiere, sottolineando come l’interruzione sia arrivata in modo repentino e senza reali margini di confronto.
Repressione o sicurezza?
Per i militanti, «il mandante politico dell’operazione è il ministro Piantedosi, con prefettura e questura come braccio operativo». Una lettura condivisa da molti manifestanti, che vedono nello sgombero un segnale più ampio: la volontà di colpire spazi di dissenso e di autorganizzazione, in particolare quelli legati alle mobilitazioni per la Palestina e alle lotte sociali.
La chiusura delle scuole, la militarizzazione del quartiere e la limitazione della libertà di movimento hanno inciso profondamente sulla vita quotidiana. «Il diritto all’istruzione è stato sacrificato all’esibizione della forza», commentano alcuni genitori presenti al corteo.
Le prossime tappe
Durante la manifestazione sono state annunciate nuove iniziative: «Il 17 gennaio assemblea nazionale a Torino per costruire un grande corteo il 31 gennaio». L’obiettivo è chiaro: «Rinasceranno spazi e comitati ancora più forti».
In serata, il presidio davanti allo stabile è cresciuto fino a tentare un avvicinamento, respinto da cariche, idranti e lacrimogeni. Ma il messaggio che attraversa il quartiere resta netto: «Potete sgomberare un locale, ma le relazioni nate qui dentro continueranno».
Askatasuna, per molti, non è solo un edificio murato. È una pratica collettiva che continua a interrogare il futuro dello spazio pubblico, della partecipazione e della democrazia stessa.
Ciro Crescentini

