Tre vittime in pochi giorni tra Lombardia ed Emilia-Romagna. Servono turni notturni e denunce alle Procure, non il solito cordoglio di facciata
L’ondata di calore che sta flagellando l’Italia continua a mietere vittime sul lavoro. In pochi giorni, tre tragedie scuotono la cronaca: un carpentiere di 40 anni stroncato su un tetto a Trenzano (Brescia) nella fascia oraria vietata dalle ordinanze regionali, una guardia giurata di 55 anni deceduta a Bologna e un bracciante di soli 19 anni caduto tra i solchi di un campo di pomodori nel Cremonese, a quasi 40 gradi. Tre storie differenti collegate dallo stesso carnefice trasparente: l’esposizione estrema al calore.
Ma mentre le Procure aprono fascicoli per omicidio colposo — come a Brescia, dove si contesta per la prima volta la violazione dell’ordinanza anti-caldo — e le temperature continuano a salire, da chi dovrebbe tutelare i lavoratori sul campo arriva soltanto un’eco stancante: il solito, rituale comunicato stampa.
La tragica conta nei cantieri e nei campi
Nel Bresciano, le indagini della Procura si concentrano sull’orario del malore di Maurizio Trenta: le 15:30. In quella precisa finestra temporale, tra le 12:30 e le 16:00, le attività edili all’aperto a determinate temperature erano tassativamente vietate dalla misura regionale anti-caldo. Le tre iscrizioni nel registro degli indagati mettono a nudo una realtà drammatica: l’ineffettività dei divieti se manca il controllo o la reale volontà di fermare le lavorazioni.
Nel Cremonese e nel Bolognese la dinamica non cambia: un ragazzo di 19 anni spezzato dalla fatica sotto un sole cocente e una guardia giurata lasciata in auto a vigilare sotto la canicola.
L’inazione e il finto sdegno delle sigle sindacali
A fronte di lavoratori stesi dall’asfalto e dai tetti roventi, il panorama sindacale reagisce con il pilota automatico. Dichiarazioni di facciata, note stampa riempite di indignazione pret-à-porter e appelli generici alla sicurezza che scivolano via senza lasciare traccia.
Assenza di denunce formali. Anziché depositare esposti circostanziati presso le Procure della Repubblica e pretendere l’intervento degli organismi di vigilanza (INSP, ATS, Ispettorato del Lavoro) con controlli a tappeto, ci si limita alle note di protesta.
Mancanza di una trattativa reale sulle turnazioni. Non si incalzano con la dovuta fermezza le associazioni datoriali per definire un quadro normativo ed esecutivo nazionale. Servirebbero protocolli rigidi sulla differenziazione dei turni, l’introduzione strutturale del lavoro notturno nelle stagioni critiche e l’interruzione automatica dei cantieri ad alto rischio al superamento delle soglie termiche.
Rituali senza seguito. l rito del “cordoglio” e della “richiesta di misure più severe” svanisce regolarmente non appena le temperature calano di qualche grado.
Finché la gestione dell’emergenza climatica sul lavoro si affiderà a ordinanze tampone disattese e alla retorica delle note stampa, la sicurezza restera un’illusione scritta sulla carta. Le morti per il caldo non sono fatalità stagionali: sono il risultato preciso di controlli mancati e di un sistema di tutela che preferisce denunciare a parole piuttosto che agire nei fatti.
Alessandro Manna
