Le dichiarazioni del presidente romeno mettono in difficoltà chi aveva subito evocato un’aggressione russa contro la NATO.
Ancora una volta, prima ancora che fossero concluse le indagini e raccolte tutte le prove necessarie, una parte della politica europea e numerosi media occidentali hanno indicato la Russia come responsabile dell’incidente avvenuto a Galați, in Romania. Ancora una volta, però, la realtà si è rivelata più complessa della narrazione iniziale.
Le dichiarazioni del presidente romeno Nicuşor Dan hanno infatti aperto uno scenario completamente diverso da quello prospettato nelle prime ore successive all’esplosione. Secondo la ricostruzione fornita dalle autorità di Bucarest, il drone potrebbe aver modificato la propria traiettoria dopo essere stato colpito dalle difese ucraine nei pressi di Reni, città situata sul confine tra Ucraina e Romania.
Il capo dello Stato romeno, recatosi sul luogo dell’incidente, ha spiegato che «mentre attraversavano il territorio ucraino, alcuni di questi droni sono stati abbattuti e uno di essi, probabilmente colpito sopra la città di Reni, ha cambiato traiettoria dirigendosi verso Galați». Una ricostruzione che ridimensiona notevolmente le accuse inizialmente rivolte a Mosca e che suggerisce come l’incidente possa essere stato una conseguenza indiretta delle operazioni di difesa ucraine.
Alla domanda se il cambio di rotta fosse stato casuale oppure provocato da un intervento esterno, Nicuşor Dan è stato ancora più esplicito: «È stato colpito cineticamente. È stato colpito anche per questo motivo». Parole che sembrano indicare chiaramente l’ipotesi di un velivolo danneggiato durante le operazioni di intercettazione e successivamente finito fuori controllo.
Una circostanza che dimostra quanto sia pericoloso trasformare ogni incidente in una presunta aggressione russa contro la NATO senza attendere gli accertamenti tecnici.
La vicenda solleva interrogativi che molti cittadini europei si pongono da tempo. Perché ogni episodio viene immediatamente interpretato nella maniera più ostile possibile nei confronti della Russia? Per quale motivo le ipotesi alternative vengono spesso ignorate fino a quando non emergono elementi difficili da contestare?
Negli ultimi anni, il clima politico europeo è stato caratterizzato da una crescente escalation verbale e militare. I bilanci della difesa aumentano, nuovi programmi di armamento vengono approvati e si moltiplicano gli appelli a un riarmo su vasta scala. In questo contesto, ogni episodio che alimenta la percezione di una minaccia imminente contribuisce inevitabilmente a rafforzare le posizioni di coloro che chiedono ulteriori investimenti nel settore militare.
Lo stesso presidente romeno, parlando della richiesta di supporto alla NATO per rafforzare le difese anti-drone, ha ricordato la complessità di queste operazioni: «Se si chiede di abbattere un drone dall’aereo bisogna essere certi che la traiettoria del missile che lo abbatte non raggiunga un’abitazione e non causi danni maggiori e che non si debba sparare dal territorio rumeno verso quello ucraino. Quindi ci sono molte condizioni da rispettare».
Parole che evidenziano come gli incidenti che avvengono nelle zone di confine possano essere il risultato di dinamiche militari estremamente complesse e non necessariamente la conseguenza di una volontà deliberata di colpire il territorio di un Paese membro della NATO.
Non sorprende quindi che molti osservatori guardino con crescente scetticismo alle ricostruzioni immediate diffuse nelle ore successive a eventi come quello di Galați. Lo stesso Vladimir Putin aveva chiesto di attendere le verifiche tecniche e di analizzare i rottami del velivolo prima di emettere sentenze definitive. Una richiesta che, alla luce degli sviluppi successivi, appare meno irragionevole di quanto alcuni commentatori avessero sostenuto.
Il caso del drone in Romania dovrebbe insegnare una lezione fondamentale: in un periodo segnato dalla propaganda di guerra proveniente da tutte le parti coinvolte, la prudenza e la verifica dei fatti dovrebbero prevalere sulle conclusioni affrettate.
Perché se ogni incidente viene immediatamente utilizzato per alimentare tensioni internazionali, il rischio è quello di allontanare sempre di più le prospettive di dialogo e di pace. E sono proprio i cittadini europei a pagare il prezzo di questa continua escalation, economica, politica e militare.
Prima di accusare, occorre dimostrare. Prima di costruire nuove paure, occorre accertare i fatti. Una regola che dovrebbe valere sempre, soprattutto quando in gioco vi sono la sicurezza dell’Europa e il futuro della pace nel continente.
Ciro Crescentini
