Teheran limita il traffico marittimo e impone le sue condizioni, mentre cresce il rischio escalation con gli Stati Uniti
La crisi tra Stati Uniti e Iran si avvicina a un punto critico, sospesa tra minacce sempre più esplicite e tentativi ancora fragili di riaprire il dialogo. L’ultimatum lanciato da Donald Trump — riaprire completamente lo Stretto di Hormuz entro 48 ore — ha innescato una risposta durissima da parte di Teheran, che si dice pronta a reagire colpendo infrastrutture vitali in tutta la regione.
Secondo le autorità iraniane, un eventuale attacco alle centrali elettriche del Paese provocherebbe una ritorsione «irreversibile», con obiettivi che includerebbero impianti energetici, tecnologici e di desalinizzazione nei Paesi del Golfo. Sullo sfondo resta la minaccia più pesante: la chiusura totale dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico mondiale, dove già oggi il passaggio delle navi risulta fortemente ridotto.
Nel frattempo, il conflitto si estende anche ad altri scenari. In Libano, Israele ha annunciato un’intensificazione delle operazioni terrestri mirate, mentre nuove ondate di missili iraniani sono state lanciate verso il territorio israeliano. Teheran sostiene inoltre di aver preso di mira la Israel Aerospace Industries, nei pressi di Tel Aviv, e altri obiettivi militari nella regione.
A preoccupare ulteriormente è il rischio di un allargamento del conflitto. I Paesi del Golfo, secondo fonti citate dalla stampa internazionale, temono che un’azione militare statunitense contro infrastrutture iraniane possa scatenare rappresaglie dirette contro i loro sistemi energetici e idrici, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia globale.
Nonostante il clima di forte tensione, emergono segnali cauti sul fronte diplomatico. Su mandato di Donald Trump, gli inviati Jared Kushner e Steve Witkoff starebbero lavorando alla creazione di una squadra negoziale. I contatti restano indiretti e passano attraverso mediatori come Egitto, Qatar e Regno Unito.
Le posizioni delle parti restano però distanti. Gli Stati Uniti chiedono lo stop al programma missilistico iraniano, la fine dell’arricchimento dell’uranio e la dismissione degli impianti nucleari strategici, oltre alla cessazione del sostegno a gruppi armati nella regione.
Dal canto suo, l’Iran ha formulato una propria lista di condizioni per arrivare a un accordo: garanzie vincolanti che il conflitto non si ripeta, la chiusura delle basi militari statunitensi nel Golfo e il pagamento di risarcimenti per i danni subiti. Teheran chiede inoltre la fine delle operazioni contro i gruppi a essa affiliati, un nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz e il perseguimento giudiziario di soggetti ritenuti responsabili di attività mediatiche ostili.
Sul piano economico, le conseguenze della guerra iniziano già a essere pesanti. Le principali compagnie aeree mondiali hanno perso decine di miliardi di dollari di valore, mentre il costo del carburante per aerei è aumentato drasticamente, alimentando timori di ulteriori ripercussioni sui trasporti e sui prezzi globali.
Intanto, le dichiarazioni dei leader iraniani mantengono alta la tensione. Il presidente Masoud Pezeshkian ha scritto che «l’illusione di cancellare l’Iran dalla mappa dimostra disperazione» e ha aggiunto che «minacce e terrore non fanno che rafforzare la nostra unità».
Ancora più duro il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha avvertito: «non appena le nostre infrastrutture saranno colpite, quelle dell’intera regione saranno considerate obiettivi legittimi».
Resta infine aperto il nodo della sicurezza internazionale, dopo le notizie — smentite da Teheran — su un attacco missilistico contro la base di Diego Garcia, episodio che alimenta i timori di un’escalation su scala ancora più ampia.
In questo contesto, lo Stretto di Hormuz si conferma il baricentro della crisi: un eventuale blocco totale non rappresenterebbe solo un atto militare, ma uno shock immediato per l’intero sistema energetico globale. Tra minacce incrociate e diplomazia ancora fragile, il conflitto resta dunque in bilico.
Alma

