Insegnanti:  vittime dello stress, della precarietà e bersagli del bullismo

Professori malpagati, umiliati e molte volte derisi e malmenati

Gli insegnanti italiani sono le nuove vittime della sindrome da “burnout” che indica lo stress,  l’esaurimento da lavoro. Una condizione che si presenta inizialmente come uno stato di logorio psicofisico con stanchezza cronica e poi determina importanti cali di concentrazione, demotivazione, esaurimento delle energie interiori, disinteresse e inefficienza nell’attività di tutti i giorni e nella gestione delle relazioni, fino alla depressione nei casi più estremi. E non solo. Gli insegnanti vengono trascurati da chi dovrebbe motivarli, diventano ostaggi di una precarietà lavorativa che accresce i fattori d’ansia e sempre più spesso sono il bersaglio di atti di bullismo da parte degli studenti, quando non addirittura contestati e minacciati dai loro genitori. Professori e professoresse malpagati, umiliati e molte volte derisi e malmenati. Molti sono costretti  a intraprendere percorsi psicoterapeutici e ad assumere ansiolitici o antidepressivi. La maggior parte vive il disagio in solitudine, perché manca un sostegno psicologico diffuso e organizzato all’interno della scuola e perché si ha paura di parlarne ai colleghi o ai superiori in quanto il Disagio mentale da professione, il termine con cui il Servizio sanitario nazionale indica il “burnout” può anche diventare causa di inidoneità professionale e di perdita del posto di lavoro. E  quando manca la condivisione del problema le difficoltà aumentano e la guarigione si allontana.  Una ricerca promossa  su 2 mila dall’Osservatorio nazionale salute e benessere dell’Università Lumsa di Napoli   ha rivelato casi di burnout medio-alto nel 67% degli intervistati, con presenza persistente dei seguenti fattori: esaurimento emotivo, isolamento anche fuori dal contesto lavorativo, insonnia, abuso di psicofarmaci, sigarette, alcol, caffè. Il 53% dei docenti, inoltre, ritiene di aver fallito nella sua missione educativa. Chi soffre di “burnout” è più esposto a patologie oncologiche, cardiovascolari o psichiatriche, come ansia e depressione, e vede diminuire le sue capacità affettive. E ad alimentare l’insoddisfazione concorrono  la carenza di attrezzature, l’inadeguata formazione sulla gestione emotiva della professione, la limitata possibilità di carriera, la precarietà, le retribuzioni insoddisfacenti. I soggetti più a rischio sono quelli con alle spalle 15 anni di lavoro, in genere più donne che uomini. Paradossalmente chi ama molto il suo lavoro si ammala di più, perché ha maggiori difficoltà a staccare la spina nella vita extrascolastica. Che fare, quali iniziative assumere per  uscire dall’impasse? Servirebbero percorsi formativi adeguati, finalizzati per informare gli insegnanti e con forme di prevenzione e orientamento alle cure. Promuovere colloqui periodici obbligatori con i medici dei centri pubblici di psicopatologia del lavoro, coinvolgere le strutture di medicina del lavoro, applicare le normative vigenti per la tutela dell’integrità psicofisica dei lavoratori – insegnanti.

CiCre

 

 

 

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