Riflessione del fotoreporter Luca Musella
Il buco non solo come “bucarsi”. Uomini nel buco del carcere, nel buco della droga, nel buco del vuoto interiore. Su una popolazione carceraria di circa 60.000 detenuti, con percentuale di sovraffollamento di oltre il 100%, 1/3 dei reati sono legati direttamente alla droga e altri riconducibili a procurarsi i mezzi per farsela. Parliamo di quasi la metà dei detenuti, ostaggi di alcol, droga o psicofarmaci. Il conto, in termini di vite umana sembra sempre più salato.
Ma se nell’universo carcerario i numeri della droga sono elevatissimi, anche nei territori dell’abbandono e della marginalità il fenomeno è di massa. Eppure l’argomento è scivolato via dalle narrazioni dei media. Con il fenomeno delle poli/assunzioni, poi, diventa difficile anche tracciare i confini statistici del problema, in quanto la stessa oscillazione tra alcol/droga/farmaci crea confini labili. Il fenomeno della dipendenza legata alla marginalità sociale ha contorni friabili che attraversano interi pezzi dell’emarginazione con forze ambigue. Quanto incide, ad esempio, l’alcol nella discesa agli inferi dei clochard? Quanti usufruitori di mense dei poveri sono dipendenti? O, ancora, quanta dipendenza omeopatica, ossia occasionale o non eccessiva, infici i meccanismi di Cittadinanza nelle nostre periferie? Nei riti di aggregazione, quanto in quelli della elaborazione di progetti di vita credibili? Eppure questo genere di dipendenza non è statisticamente rilevabile, ma i consumi di psicofarmaci, alcol e droghe sono esplosi, con palazzi di periferia dove su 100 abitanti (ci abitavo) 30 sono dipendenti e 30 quasi dipendenti, mentre i rimanenti residenti ostaggi delle dipendenze dei vicini o dei familiari. Molte associazioni che si occupano di tossicodipendenza non possono o non vogliono cogliere il nesso tra la dipendenza e la stessa idea di marginalità sociale, anche perché sprovvisti di risposte concrete a quest’ultima.
Il carcere come simbolo di marginalità è emblematico nel mostrare, sempre se si voglia vederlo, come marginalità/dipendenza abbiano sviluppato un legame così forte che in alcuni ambiti diventano fenomeni indistinguibili. Aggrovigliati: specchi del carcere sono interi pezzi del nostro territorio, triturati dalla super alienazione di questo connubio.
La destra, per tradizione, ne discetta in termini di astratta sicurezza pubblica e di risposta repressiva, spesso inutile e sempre dannosa. La sinistra, sia quella rosa confetto che quella antagonista, deve sorvolare su certe tematiche perché scomode in un periodo in cui si è concentrati sui diritti, intesi come meri diritti corporali. Lo spettro di bacchettoneria è troppo rischioso. Gli stessi eserciti della bontà terzosettoriati non hanno neanche più gli strumenti culturali per rispondere a queste domande: si fa riferimento a discussioni e metodologie di recupero di un millennio fa. In Italia si inventa una droga chimica ogni settimana e persino gli ambulatori non hanno neanche i sistemi per individuarla nelle analisi. Inoltre gli “effetti collaterali” dell’uso sono profondamente cambiati e richiedono comprensioni completamente diverse dai “volemose bene” di certi operatori di bontà.
Il triangolo classico Uso/Abuso/Ossessione con le nuove droghe e i nuovi fenomeni delle super alienazioni salta del tutto, scivolando in moltissimi casi verso patologie di natura psichiatrica, dove alla alternanza dell’essere fatto o no, si sostituisce una sospensione circolare e nevrotica dalla realtà. Ogni percorso esistenziale perde lucidità e mina alla base la stessa concezione di “volontà”. Si sostituisce al triangolo dell’Uso/Abuso/Ossessione una linea retta Allucinazione/Compulsione, in cui il sesso, il gioco, l’uso, il cibo, la socialità, la famiglia e il lavoro diventano puri strumenti per nutrire il buco che si ha dentro. In questa perdita della ragione è lo stesso reato, compreso fare del male ad altri, che può perdere ogni valenza. Le alterazioni chimiche, con il loro carico psicotico, sono distanti millenni dagli spleen della droga dei figli dei fiori. Si entra in un videogioco acido, in cui il cervello dopato può fare ogni cosa, senza non solo il concetto di responsabilità, ma anche quello di “definitività”. Come dire: ti uccido, ma mica per sempre. Così abbiamo rei che non ricordano nemmeno i reati che hanno commesso né, tantomeno, il perché. Omicidi causati da liti per venti euro, oppure rapine violentissime con refurtiva di tre birre.
Il buco della droga, il buco del vuoto dentro, il buco della marginalità e il buco della cella creano nella psiche fragile una voragine che può fare impazzire. Questa fragilità, poi, si inserisce nel degrado totale della prigione, dove vengono negati i principali Diritti Umani, dal respirare al lavarsi con decenza, creando un corto circuito nel quale il nero che si ha dentro si somma ad un buco spazio/temporale asfissiante. Ma, complesso da spiegare, può cronicizzare un malessere e rendere il reo, anche di un piccolo reato, un diversamente ergastolano nell’anima: un automa che sentirà le sbarre del carcere, quelle delle marginalità e quelle della dipendenza come un destino non mutabile. Un marchio a fuoco.
Così capita spesso che alla detenzione fisica del carcere si aggiunga la detenzione chimica dello psicofarmaco e che questa duplice detenzione cronicizzi una dipendenza, meglio, uno stile di vita da dipendente, che è di per sé una condanna all’ergastolo.
Il carcere/manicomio quindi assume i contorni di una alienazione permanente, dove le forme redentive diventano minime rispetto a quelle recidive. Modificare l’IO del detenuto, spappolandolo, trova la massima espressione nella sospensione che spesso avviene nelle cure ormonali per le trans. Una alterazione che modifica lo stesso corpo del transito di genere, sostituendolo con una alterazione che è invece psichica, attraverso lo stordimento da farmaco. L’identità del detenuto, quindi, entra in una sfera di mancanza di autodeterminazione totale: il solo buio farmacologico consente una sopravvivenza emotiva. Questa sottrazione di identità annulla l’individuo, non tanto per punirlo o rieducarlo, quanto per annientarlo. La sottrazione, ad esempio, dei fiammiferi al detenuto Gramsci era l’anelito fascista a trasformare anche lui in “corpo senza volontà”. Una trasformazione che avveniva lentamente nelle carceri del passato e che nel nuovo contesto manicomiale, invece, è immediata.
La droga chimica, sia quella clandestina che quella industriale, è un’accelerazione formidabile nel traslare l’individuo di margine in oggetto, in sedato, in rottame. Proprio perché imprime le torsioni della prigionia in modo talmente subdolo che finisce che è lo stesso detenuto ad agognare la sua dose di psicofarmaco. Il coma chimico che spegne il tempo. Un controllo che, una volta azionato, finisce per trasformare il carcerato in carceriere di sé stesso. Un mio amico, ex ergastolano, lo spiega così: “dove i cowboy non sono riusciti ad annientare i nativi con i fucili, ci sono riusciti con il whisky.”
La dipendenza è la più feroce delle detenzioni, per cui si è costretti a fare sempre le stesse cose e ad aspettarsi risultati diversi. Un eterno e coatto meccanismo che spinge l’individuo, molto oltre la sua volontà, ad immedesimarsi con la sostanza della quale è schiavo. In questa spirale demenziale le Istituzioni, pur forse non volendolo, diventano più complici della criminalità che artefici di un recupero. Più fautori di nuove marginalità per gli Ultimi che fautori di sicurezza per la collettività.
Luca Musella
