Dalle piazze alla politica reale: giovani, lavoratori e migranti chiedono giustizia sociale, pace e diritti
Lunedì 22 settembre non è stata solo una giornata di sciopero. È stata un segnale forte, chiaro, impossibile da ignorare: qualcosa si sta muovendo. In oltre 80 città italiane, decine di migliaia di persone hanno attraversato le strade per dire basta. Basta guerre, basta precarietà, basta tagli ai servizi essenziali. È emersa con forza la necessità di cambiare rotta, di immaginare e costruire un’altra società. E soprattutto, di farlo dal basso, con chi ci sta, con chi ogni giorno subisce il peso delle disuguaglianze e dei privilegi di pochi.
Lo sciopero generale, indetto dall’Unione Sindacale di Base insieme ad altre sigle indipendenti, è stato molto più di un atto di protesta. È stato un momento di risveglio collettivo. Ha unito rivendicazioni diverse ma intrecciate: il cessate il fuoco immediato in Palestina, la fine delle politiche di riarmo, lo stop ai tagli alla sanità, alla scuola, ai servizi pubblici. In un paese dove il governo continua a spendere miliardi per le armi, mentre milioni di persone faticano a pagare affitto, bollette e medicine, queste parole sono diventate urgenze non più rimandabili.
Una piazza nuova, plurale, determinata
Quello che ha colpito del 22 settembre non sono stati solo i numeri, ma la qualità delle piazze. Studenti, precari, lavoratori, migranti, giovani. Tantissimi giovani. Volti nuovi, corpi che non si vedono più nelle liturgie stanche delle manifestazioni tradizionali. Una piazza viva, consapevole, che ha scelto di non delegare più. Gente che non si riconosce né nei partiti né nei sindacati storici, e che oggi vuole tornare a contare. Non chiede riforme dall’alto, ma costruzione di alternative concrete, qui e ora.
I sindacati storici? Scollegati dalla realtà
Le mobilitazioni del 22 settembre hanno messo in evidenza anche una crisi profonda di rappresentanza sindacale. Le grandi confederazioni – Cisl, Uil e Cgil – sono ormai lontane anni luce dal mondo reale del lavoro.
La Cisl si è trasformata in una vera e propria appendice del governo Meloni. Più che difendere i diritti dei lavoratori, sembra puntare a garantirsi un posto nei consigli di amministrazione aziendali. Ha assunto un ruolo quasi corporativo, in cui il sindacato diventa consulente del padrone, invece che strumento di lotta.
La Uil è diventata una sorta di club dei tesserati, totalmente ripiegata sulla logica dei servizi: patronati, convenzioni, sportelli. Poco conflitto, molta concertazione, nessuna radicalità. È un sindacato che media, sempre e comunque, anche quando i diritti vengono calpestati.
La Cgil, seppure con una storia diversa, è oggi schiacciata su se stessa. È un apparato burocratico, autoreferenziale, sempre più legato a doppio filo con il Partito Democratico. Parla un linguaggio obsoleto, incapace di intercettare le nuove generazioni e i conflitti reali che attraversano il paese. Sciopera poco, tardi e male. Quando lo fa, sembra più un dovere d’ufficio che una vera scelta politica.
Insieme, queste tre organizzazioni sembrano dinosauri fuori tempo, più impegnati a conservare le proprie posizioni che a difendere le condizioni materiali di chi lavora. Hanno smesso di rappresentare, e ora si limitano a gestire. Gestire la sconfitta, l’arretramento, la precarietà. E questo non basta più.
Una rottura politica e sociale
Non si tratta solo di una crisi sindacale. Anche i partiti della sinistra istituzionale – ormai del tutto assimilati al linguaggio del potere – hanno perso ogni legame con i territori e con i bisogni reali. Parlano come i ministeri, giustificano le guerre come “missioni di pace”, tacciono di fronte al riarmo e ai massacri in Palestina. Quando si taglia la sanità, balbettano. Quando si precarizza il lavoro, voltano lo sguardo. Hanno scelto da che parte stare, e non è la nostra.
La mobilitazione del 22 settembre è allora anche una risposta a questo vuoto. È la dimostrazione che esiste un’altra energia, che c’è voglia di organizzarsi in forme nuove: autonome, conflittuali, radicate nei territori, nei collettivi, nei centri sociali, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Fuori dai palazzi, dentro la realtà.
Costruire un’altra società
Le piazze del 22 settembre hanno lanciato un messaggio netto: serve un altro modello di società, bisogna cambiare lo stato delle cose. Una società in cui la dignità non sia un’illusione, ma un diritto. In cui i popoli possano vivere, non sopravvivere. In cui chi lavora non debba elemosinare. In cui i giovani non siano costretti a emigrare o a rassegnarsi. È un sogno, sì. Ma anche una necessità.
Ora la sfida è non disperdere questa energia. Rafforzare i percorsi di base, unire le lotte, costruire spazi di decisione collettiva. Perché la rabbia, se non si trasforma in struttura, rischia di spegnersi. E il cambiamento non si invoca: si costruisce. Il 22 settembre non è stato un punto di arrivo. È stato l’inizio di qualcosa. Ora sta a noi farlo crescere.
Ciro Crescentini
