Il governo socialista bolivariano accusa Washington di voler saccheggiare petrolio e risorse strategiche
Caracas è stata colpita nel cuore nella notte. Alle 2:00 del mattino, ora locale, la capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela è stata scossa da una serie di esplosioni che hanno interrotto la fornitura elettrica in diversi quartieri e gettato la popolazione in uno scenario di emergenza. Sorvoli militari a bassa quota hanno accompagnato le detonazioni, mentre il rumore delle esplosioni rompeva il silenzio notturno della città.
Secondo quanto denunciato dal Governo Bolivariano, si tratta dell’ennesimo atto di aggressione diretta degli Stati Uniti d’America contro un Paese sovrano, non allineato e colpevole, agli occhi di Washington, di difendere il controllo pubblico delle proprie risorse strategiche, in primis il petrolio. L’attacco non avrebbe interessato soltanto Caracas, ma anche gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira, colpendo infrastrutture civili e militari essenziali.
Nel porto di La Guaira, snodo vitale per l’economia nazionale, le esplosioni avrebbero provocato incendi e danni gravi alle vie di comunicazione. Detriti e macerie hanno reso impraticabili alcune strade, mentre i civili cercavano di allontanarsi dalle zone colpite con mezzi di fortuna, aiutandosi reciprocamente in assenza di condizioni di sicurezza.
Il Governo venezuelano ha chiarito che «non si tratta di un episodio isolato, ma di una nuova fase della strategia di destabilizzazione permanente contro il Venezuela», portata avanti attraverso sanzioni, operazioni psicologiche, sabotaggi e ora attacchi militari diretti. Una strategia che, secondo Caracas, mira apertamente a «imporre con la forza un cambio di regime e a saccheggiare le risorse energetiche e minerarie della Nazione».
Fonti citate dalle autorità venezuelane riferiscono che l’operazione sarebbe stata pianificata con largo anticipo. Media statunitensi, tra cui CBS News, avrebbero confermato che il presidente Donald J. Trump aveva concesso il via libera al Pentagono giorni prima, valutando persino un attacco nel periodo natalizio, poi rinviato per ragioni operative.
Poche ore prima dell’aggressione, il presidente Nicolás Maduro aveva incontrato a Caracas Qiu Xiaoqi, inviato speciale del presidente cinese Xi Jinping, per rafforzare la cooperazione bilaterale. Un dettaglio che, secondo il Governo Bolivariano, «conferma il tentativo degli Stati Uniti di intimidire il Venezuela e i suoi partner internazionali».
In un comunicato ufficiale, la Repubblica Bolivariana del Venezuela ha dichiarato che «questa aggressione costituisce una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite, dei principi di sovranità, uguaglianza tra gli Stati e del divieto assoluto dell’uso della forza». Caracas avverte che tali azioni «mettono seriamente in pericolo la pace e la stabilità dell’America Latina e dei Caraibi».
Il presidente Maduro ha quindi disposto la dichiarazione dello stato di emergenza esterna su tutto il territorio nazionale, ordinando l’attivazione immediata dei piani di difesa e il dispiegamento del Comando per la Difesa Integrale della Nazione. «Il popolo venezuelano, in unità civico-militare, è pronto a difendere la Patria», si legge nella nota ufficiale.
È stata annunciata anche l’istituzione di una no-fly zone sullo spazio aereo venezuelano. Testimonianze locali riferiscono della presenza di elicotteri militari statunitensi, tra cui Apache e Chinook, impegnati in operazioni aeree sul territorio nazionale.
Sul piano diplomatico, il Venezuela ha annunciato che presenterà formali denunce presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la CELAC e il Movimento dei Paesi Non Allineati, ribadendo che «nel pieno rispetto dell’articolo 51 della Carta ONU, il Paese eserciterà il diritto alla legittima autodifesa».
Il comunicato si chiude con un forte richiamo storico e politico: «Come nel 1902 e come in ogni momento decisivo della nostra storia, il piede insolente dello straniero non piegherà la volontà del popolo venezuelano». Nel solco di Bolívar e di Hugo Chávez, il Governo ribadisce che «unità, lotta, battaglia e vittoria» restano la risposta del Venezuela a ogni aggressione imperialista.
Il presidente Nicolás Maduro ha proclamato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, annunciando il passaggio alla «lotta armata» per difendere diritti, istituzioni e sovranità del Paese
CiCre
