Le motivazioni dei giudici: «vantaggi reciproci e zona grigia tra sindacato e cosche calabresi»
Nel cuore delle motivazioni dell’inchiesta “Factotum” pubblicate la settimana scorsa il Tribunale del Riesame di Torino delinea un quadro che va oltre il singolo episodio giudiziario e si inserisce in una più ampia riflessione sulla penetrazione della criminalità organizzata nel tessuto economico del Nord. Un sistema in cui, secondo i giudici, il potere non si esercita più soltanto con la forza, ma attraverso relazioni, intermediazioni e controllo del lavoro.
In questo scenario emerge la figura di Domenico Ceravolo, descritto dagli inquirenti non come un tradizionale esponente mafioso, ma come un intermediario capace di muoversi tra cantieri, imprese e dinamiche sindacali. Un soggetto in grado di costruire rapporti trasversali, incidendo sulla gestione della manodopera e sulle vertenze.
Gli atti restituiscono l’immagine di una ’ndrangheta lontana dagli stereotipi classici. Non più lupara e intimidazioni esplicite, ma un sistema fondato su assunzioni, tessere, subappalti e relazioni professionali. Una struttura che gli investigatori definiscono quasi una «agenzia interinale occulta», capace di orientare chi lavora e chi resta fuori dai cantieri.
È in questo contesto che si inserisce Francesco D’Onofrio, indicato dalla Direzione distrettuale antimafia come figura di riferimento della criminalità organizzata nell’area tra Torino sud, Carmagnola e Moncalieri. Secondo l’impianto accusatorio, Domenico Ceravolo avrebbe operato come suo referente nel settore edilizio e nelle relazioni sindacali, all’interno di un rapporto stabile e continuativo.
Nato a Torino nel 1977 da famiglia originaria del Vibonese, Domenico Ceravolo entra nel mondo sindacale dopo una lunga esperienza nel settore edile. Nel 2017 approda nella Filca-Cisl Torino-Canavese e in breve tempo assume ruoli organizzativi, costruendo una rete di contatti nel comparto delle costruzioni e della gestione della manodopera.
Secondo gli inquirenti, proprio questa capacità di intercettare lavoratori e imprese avrebbe rafforzato la sua posizione interna. Le carte descrivono un ruolo attivo nelle vertenze, nella gestione delle assunzioni e nei rapporti con aziende ritenute vicine ad ambienti criminali, con particolare riferimento alla cosca Bonavota.
Nel processo abbreviato, Francesco D’Onofrio è stato condannato in primo grado a 11 anni e 10 mesi, mentre Domenico Ceravolo ha ricevuto una condanna a 8 anni e 10 mesi per associazione mafiosa. Le sentenze non sono definitive.
Il Tribunale, nelle motivazioni, approfondisce anche il contesto sindacale, soffermandosi sui rapporti tra Ceravolo e alcuni vertici della Filca-Cisl. Il segretario nazionale Ottavio De Luca e il segretario generale Filca-Cisl Piemonte Mario De Lellis, entrambi non indagati, vengono citati per una serie di relazioni definite dagli inquirenti quantomeno anomale.
In particolare, il giudice osserva che «non parevano inconsapevoli della sua contiguità all’ambiente ’ndranghetistico», una formula che non attribuisce responsabilità penali ma descrive un quadro relazionale ritenuto problematico.
Le motivazioni parlano inoltre di benefit e agevolazioni considerate fuori dall’ordinario: rimborsi, trasferte, auto aziendale, smartphone e perfino la copertura dell’alloggio e delle utenze. Un sistema interno che avrebbe garantito a Domenico Ceravolo una serie di vantaggi economici e logistici.
Tra gli episodi riportati emerge anche la gestione del cosiddetto “fondo incidenti stradali”, citato in una conversazione intercettata in cui Ceravolo ironizza: «È zio Ottavio? Mandato bonifico?», riferendosi a Ottavio De Luca.
Con Mario De Lellis, invece, il rapporto appare particolarmente confidenziale. In un passaggio delle indagini, Ceravolo discute la possibilità di acquistare un immobile senza intestarlo direttamente a sé: «Devo comprarmi un buchetto di casa però non la posso intestare a me». De Lellis avrebbe suggerito una soluzione tramite strumenti interni al sistema mutualistico: «Puoi fare il 30% senza nessun motivo come tutti i fondi».
Le carte riportano anche il legame con Fabio Coniglio, indicato come figura vicina alla segreteria nazionale della Cisl, e una serie di episodi che gli investigatori considerano indicativi del clima interno. Tra questi, la richiesta di adesione a Libera, associazione antimafia, alla quale Ceravolo avrebbe reagito con ironia: «Credo nella giustizia divina e basta».
Un ulteriore passaggio riguarda il sospetto che Domenico Ceravolo fosse stato informato della possibile attività di intercettazione, circostanza che per gli investigatori rappresenta un elemento di particolare rilievo nell’inchiesta.
Il quadro complessivo delineato dalle motivazioni descrive una relazione basata su scambi reciproci. Da un lato la capacità di Ceravolo di influenzare il mercato del lavoro e di convogliare iscrizioni sindacali; dall’altro una rete di protezione, vantaggi e riconoscimenti interni.
Il Tribunale parla esplicitamente di «vantaggi bilaterali e reciproci», sia per il sodalizio criminale sia per l’organizzazione sindacale, in un equilibrio in cui la linea tra legalità e opacità appare sempre più sottile.
La Filca-Cisl, dopo l’esplosione del caso, ha preso le distanze da Domenico Ceravolo e si è costituita parte civile nel processo. Tuttavia, le motivazioni restituiscono un sistema radicato nel tessuto produttivo, dove il controllo del lavoro diventa uno strumento di potere.
Nel settore edile, secondo gli inquirenti, le cosche avrebbero operato attraverso imprese intestate a prestanome e una gestione fluida della manodopera nei cantieri. In questo contesto, il ruolo di intermediari come Ceravolo sarebbe stato centrale nel favorire subappalti e collegamenti tra imprese e ambienti mafiosi.
Il risultato è un modello di infiltrazione che non si fonda più esclusivamente sulla coercizione, ma sulla capacità di governare relazioni economiche e sociali. Una mafia che si inserisce nel lavoro, nelle assunzioni e nelle reti professionali, rendendo più complessa la sua individuazione.
Un sistema che, secondo i giudici, trasforma il sindacato e l’economia in snodi sensibili di una rete in cui interessi legali e illegali finiscono per sovrapporsi, generando quella che le carte definiscono una vera e propria “zona grigia” del potere.
Ciro Crescentini
