Bruxelles prepara misure straordinarie mentre il conflitto in Medio Oriente spinge prezzi e carenze
L’Unione europea si sta muovendo con crescente decisione per prepararsi a possibili scenari di emergenza energetica. Tra le ipotesi allo studio figurano anche misure estreme come il razionamento di alcuni carburanti e un nuovo utilizzo delle riserve strategiche. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, ha chiarito in un’intervista al Financial Times che nessuna opzione è esclusa, sottolineando come gli effetti del conflitto in Medio Oriente siano destinati a protrarsi nel tempo.
Secondo Dan Jørgensen, «ci troviamo di fronte a una crisi che non sarà breve» e «i prezzi dell’energia resteranno elevati ancora a lungo». Per alcune categorie considerate cruciali, ha aggiunto, «la situazione potrebbe persino peggiorare nelle prossime settimane». La combinazione tra attacchi alle infrastrutture energetiche nel Golfo e la paralisi dello stretto di Hormuz sta già causando forti tensioni su carburanti e gas, sia in termini di disponibilità sia di costi.
Al momento Bruxelles non parla ancora di una vera e propria emergenza di approvvigionamento, ma si sta preparando a conseguenze strutturali e durature. L’eventuale razionamento, se necessario, riguarderebbe soprattutto prodotti come il diesel e il carburante per aerei. Tuttavia, come ha ribadito lo stesso Dan Jørgensen, «ci stiamo preparando agli scenari peggiori, anche se non siamo ancora a quel punto» e «meglio essere preparati che pentirsi».
Tra le misure in valutazione figurano anche modifiche temporanee alle regole di mercato per facilitare l’importazione di carburanti. Si pensa, ad esempio, a un allentamento degli standard sul jet fuel o a un aumento della quota di biocarburanti nelle miscele. Sul fronte delle scorte, il commissario non esclude un nuovo rilascio coordinato delle riserve strategiche: «non escludo questa possibilità se la situazione dovesse peggiorare», ha spiegato Dan Jørgensen.
Non sono invece previste, almeno nell’immediato, modifiche alla linea sul gas russo: l’Unione non intende anticipare lo stop alle importazioni di GNL previsto per il 2026. L’eventuale sostituzione con forniture alternative, come quelle statunitensi, dovrà comunque avvenire nel rispetto delle dinamiche di mercato.
Nel frattempo, la crisi energetica globale si sta intensificando. Il traffico nello stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas liquefatto, si è quasi azzerato, con un crollo di oltre cento navi al giorno rispetto ai livelli pre-conflitto. Le conseguenze sui prezzi sono evidenti: il gas europeo ha registrato forti rincari, mentre il petrolio Brent e i carburanti hanno subito aumenti significativi anche negli Stati Uniti.
Secondo diversi analisti, tuttavia, i mercati non stanno ancora riflettendo appieno la gravità della carenza di offerta. Il rischio concreto è che, nel breve periodo, il problema non sia più solo il prezzo, ma la disponibilità fisica delle risorse. Per riequilibrare domanda e offerta, si parla apertamente della necessità di ridurre i consumi su larga scala, una cosiddetta “distruzione della domanda” equivalente a milioni di barili al giorno.
In questo contesto, torna attuale il ricorso a politiche di contenimento simili a quelle adottate negli anni Settanta: riduzione dei limiti di velocità, maggiore diffusione del lavoro da remoto e incentivi al risparmio energetico. La Commissione europea ha già invitato i governi a evitare misure che possano aumentare i consumi e a favorire invece soluzioni che riducano la pressione sul mercato, come l’uso dei biocarburanti.
L’impatto economico è già rilevante. In un solo mese di conflitto, il costo dei combustibili fossili per l’Unione è aumentato di miliardi di euro. L’effetto si trasmette rapidamente all’economia reale: aumentano i costi di produzione, si riduce il potere d’acquisto delle famiglie e si aggravano le difficoltà lungo le catene di approvvigionamento. Anche il settore agricolo risente del rincaro di fertilizzanti e prodotti chimici legati al gas.
Le conseguenze si riflettono anche sul quadro macroeconomico globale. Le previsioni indicano una crescita più debole accompagnata da un’inflazione più alta. L’Eurozona, particolarmente esposta al caro energia, rischia una stagnazione prolungata, mentre l’Italia si conferma tra i Paesi più vulnerabili, con prospettive di crescita molto contenute nei prossimi anni.
In questo scenario complesso, i governi europei si trovano di fronte a scelte difficili: intervenire per sostenere famiglie e imprese oppure puntare su misure più incisive per contenere i consumi. In ogni caso, la crisi energetica in corso appare destinata a lasciare effetti profondi e duraturi sull’economia del continente.
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