Coranavirus, la politica non può affidarsi solo agli scienziati. L’epidemia è anche sociale

  

Riceviamo e pubblichiamo integralmente

Dopo più di un mese di lockdown globale è fuori di dubbio che il Covid-19 abbia messo a nudo tutti i limiti, per non dire i disastri, di buona parte dei sistemi sanitari mondiali, anche quelli di  paesi che appartengono al cosiddetto “primo e secondo mondo”, primo fra tutti gli Stati Uniti. Per quanto la letalità del Covid-19 sia, pur con stime variabili, piuttosto bassa e concentrata su individui appartenenti alle fasce più anziane della popolazione e quasi sempre in presenza di condizioni patologiche pregresse e concomitanti, il diffondesi dell’epidemia ha messo in seria difficoltà le istituzioni sanitarie di molti paesi. Tale crisi ha spinto i loro governi, ma anche quelli dei paesi non ancora travolti dall’emergenza sanitaria, a scelte draconiane: per tutelare la salute dei cittadini, evitando il contagio massivo della popolazione e il conseguente sovraccarico delle strutture sanitarie, hanno deciso di ridurre fortemente le loro libertà personali. Queste scelte sono state prese seguendo le indicazioni degli esperti (virologi, epidemiologi, ecc.): ascoltando, cioè, i vari comitati tecnico-scientifici che li stanno affiancando in questa emergenza.

   Ma dopo un mese e mezzo di serrata totale dei paesi maggiormente colpiti dall’epidemia, come Italia e Spagna, e di circa un mese per tutti gli altri (chi scrive vive in Argentina, dove il lockdown è iniziato il 19 marzo), il malcontento nelle loro popolazioni inizia ad essere evidente. In molti cittadini, infatti, cresce la rabbia e l’insofferenza verso governanti incapaci di affrontare l’emergenza e la conseguente crisi economica e sociale. Si assiste ogni settimana, o due, a conferenze stampa di primi ministri o presidenti che puntualmente posticipano l’inizio dell’ormai famosa fase due (un parziale ritorno alla normalità): si è partiti, infatti, con il 3 aprile e si è arrivati, oggi, addirittura ai primi di maggio. E il malcontento generale si acuisce nell’assistere alla loro inadeguata gestione della situazione. L’irresolutezza e l’improvvisazione che sembra guidarne le scelte è avvilente: dovunque, infatti, si assiste a  promesse di liquidità per le classi lavoratrici e le piccole imprese che però per ora esistono solo sulla carta, all’assenza delle protezioni sanitarie necessarie non solo alla popolazione, ma addirittura ai medici e agli infermieri, per non parlare del pessimo funzionamento dei servizi informatici che dovrebbero erogare quei pochi sussidi già stanziati. Ma forse ciò che più sconcerta è la falsità delle dichiarazioni di tutti questi governi relative alla paternità delle loro decisioni: da Conte a Sanchez, da Macròn a Fernandez, tutti affermano di avere l’ultima parola nella scelta di continuare con la quarantena; peccato, però, che queste decisioni collimino perfettamente con i “pareri” dei comitati tecnico-scientifici che li stanno affiancando in questa fase d’emergenza sanitaria.

   Questa fiducia (cieca) della politica verso la medicina sarebbe forse giustificata se quest’ultima sapesse di cosa si sta parlando, ma la sensazione è che anch’essa brancoli nel buio. E sono gli stessi scienziati ad ammetterlo: del Covid-19 si sa ancora pochissimo, non si conosce bene il virus, non si sa se e quanto esso cambia nel tempo e nello spazio, non si sa se si rinforza, non se ne conoscono le modalità di trasmissione. Ma allora, se anche la scienza offre pochissime certezze, perché affidarsi ciecamente ad essa? Perché piegare la politica alle opinioni degli scienziati?

   Forse una risposta a questi interrogativi è possibile solo se prima ci concentriamo su quella che è la domanda fondamentale in questo momento: perché sta accadendo ciò? E la risposta non può che essere una, la stessa a cui giunse Platone nel IV secolo a.C., ovvero, la crisi della politica: il tecnico cerca di scalzare il politico nelle sue funzioni quando quest’ultimo non si mostra all’altezza del ruolo che ricopre. In queste pagine affronterò il rapporto tra politica e scienza in Platone, al fine di proporre alla prima una possibile via d’uscita da una condizione di subalternità nei confronti della medicina e della scienza in generale.

   Dall’indagine sulla “giustizia” svolta nel dialogo La Repubblica emerge che lo stato migliore è quello in cui ciascun cittadino svolge la funzione che gli compete. Per il filosofo ateniese, infatti, la giustizia (dikaiosyne) è, in primis, una qualità individuale: il dovere interiore di ogni membro della comunità politica di fare ciò che per naturasa fare. Questa virtù si sviluppa grazie all’educazione, attraverso la quale ciascun cittadinoprende sempre più consapevolezzadel ruolo che per natura gli spetta nella polis, acquista la conoscenza necessaria di se stesso, delle proprie capacità, e in virtù di essa svolge il proprio compito, senza interferire nei compiti altrui, e così diviene giusto. La conclusione a cui giunge Platone è che la vera giustizia esiste solo in quegli stati in cui a governare sonoi filosofi, coloro che «guardando e contemplando cose ordinate e sempre ad un modo (le Idee), che né fanno né subiscono ingiustizia tra loro, ma sono tutte in bel ordine e razionalmente disposte; queste essi imitano, e a queste quanto più possono tentano di assomigliare». Ma egli sa che un tale governo non si potrà mai realizzare finché in uno Stato non vengono a coincidere la politica e la filosofia. Ciò implica che la sola sapienza (sophia) non basta per governare, e che il  governo, l’ “arte regale”, è costituita anche da altro: ma da cosa?

  A questa domanda prova a dare una risposta il Politico: dialogo vivace, ma assai complesso.  Anche qui emerge immediatamente una definizione del governante: il politico è uno «che ha scienza». Ma che cos’è questa “scienza politica”? E, soprattutto: siamo certi che si tratti solo di una scienza, e non di qualcos’altro? Ne La Repubblica,con “scienza”Platone intende la più alta forma di conoscenza, o meglio, l’unico tipo di consapevolezza che meriti di chiamarsi conoscenza, e la chiama dialettica. Si tratta di una forma superiore di sapere: l’unica in grado di portare alla luce il che cos’è? delle cose. Grazie ad essa, i guardiani giungono alla conoscenza delle Idee e possono così governare ottimamente lo Stato. Nel Politico, però, l’arte regale, l’attività di governo, non sembra coincidere totalmente con la dialettica, con la sola scienza conoscitiva. Lo Straniero Eleatico, protagonista del dialogo, sostiene infatti che la scienza regale non è solo conoscitiva, come lo è, ad esempio, la matematica, ma è anche direttiva. Il governante, dice, non è solo un osservatore della realtà: è anche una persona che la dirige, ossia, che impartisce ordini. In altri termini, i governanti sarebbero una sorta di pastori di uomini. Tuttavia, questa definizione non sembra chiarire del tutto la loro specificità, dal momento che all’interno di una comunità politica esistono molte altre attività che si occupano della preservazione e del benessere dei cittadini, ed in maniera anche più immediata, come nel caso dei contadini, dei medici e dei giudici. Per chiarire la sua posizione l’Eleatico ricorre, allora, al mito. Secondo una tradizione il sole e gli astri non hanno sempre avuto la stessa traiettoria, ma c’è stato un tempo in cui sorgevano dal lato opposto rispetto a quello attuale. Durante quest’epoca, detta “età di Crono”, era quest’ultimo che, in quanto artefice del mondo, ne guidava la rotazione. Crono affidò poi a divinità minori le altre attività del cosmo, e tra queste vi era anche la cura delle varie specie animali, che fu demandata a demoni pastori.  La situazione mutò quando Crono smise di dirigere il corso del mondo, che iniziò a ruotare in forma indipendente e inversa rispetto al passato. Una volta che il mondo divenne padrone di se stesso, tutte le specie viventi, a loro volta private della cura delle divinità minori, furono costrette ad occuparsi, da se, della propria sopravvivenza. Tra queste vi erano, ovviamente, anche gli uomini, i quali, però, grazie al dono divino della téchne riuscirono ad «amministrarsi da soli e avere cura di se stessi al pari del mondo nella sua totalità». Il mito dimostra come la precedente definizione del governante quale “pastore di uomini” sia imprecisa, e come nel suo caso sarebbe più giusto parlare di un curatore: il governante è colui che si prende cura di tutti i membri della sua comunità. Nell’era attuale del mondo, che l’Eleatico chiama “età di Zeus”, la comunità politica è il prodotto di una pluralitàdi tecniche al serviziodei cittadini, ma, aggiunge: «nessuna tecnica potrebbe affermare di prendersi cura dell’intera comunità umana in misura maggiore e con precedenza rispetto alla tecnica regale e di essere tecnica di esercizio del potere su tutti gli uomini». 

  Dunque, la politica, o meglio, l’arte regale, provvederebbe insieme alle altre discipline ed arti alla cura della comunità umana, ma ad un livello differente e superiore. Ciò che però non è ancora chiaro è la sua funzione specifica: il che cos’è? della politica. Al fine di comprenderne la natura, l’Eleatico propone un paragone tra l’arte regale e la tessitura: si tratta di vedere come e a quale livello opera questa tecnica rispetto alle altre coinvolte nella produzione dei tessuti, e poi verificare se in una Stato esista una gerarchia simile tra il governo e le altre istituzioni che contribuiscono al suo funzionamento. Platone afferma che nel processo di produzione dei tessuti si può individuare una gerarchia tra le tecniche coinvolte. Nella loro fabbricazione, infatti, è evidente che la tessitura svolge una funzione predominante, si potrebbe dire di controllo, rispetto a quelle di cardatura, filatura e follatura, che sono solo propedeutiche. In ambito politico, si tratta di mettere al confronto l’arte regale con le tre cariche principali che ricoprivano funzioni di governo nell’Atene del IV secolo a.C., vale a dire: retorica, strategia, e magistratura. Il governo della polis al tempo di Platone era infatti affidato: al  retore, che nell’assemblea si faceva promotore di proposte di carattere politico, allo stratega, (la strategia era una carica politica elettiva), che, grazie alla sua posizione di capo militare, poteva assumere anche decisioni squisitamente politiche, e ai magistrati, che  avevano il compito di giudicare l’operato di chi aveva rivestito una carica pubblica. Ma queste tre cariche – dice l’Eleatico – non potranno mai rimpiazzare l’efficienza del vero politico, perché la sua competenza e capacità di decisione sono superiori. Il retore sa come persuadere; ma se occorra o meno persuadere, quando e chi persuadere, è competenza propria del governante. E lo stesso dicasi dello stratega: costui determina come  si deve combattere; ma se sia il caso o meno di combattere è cosa che spetta al governante. Per quanto concerne, poi, le funzioni dei magistrati: non esercitano  alcun potere effettivo, ma si limitano ad amministrare ciò che, in termini di legge, è stato stabilito dal governante. In altri termini, Platone dimostra che lo spazio d’azione di queste tre cariche, nell’ambito politico, è circoscritto a determinate funzioni, mentre quello del governante le abbraccia tutte. Sebbene queste tre cariche condividano, con quella di governo, la gestione della cosa pubblica, tra esse e quello vi è un differenza evidente. Retorica, strategia e magistratura, come altre  attività che contribuiscono al benessere dei cittadini, quali la medicina, il commercio, ecc., si occupano del buon funzionamento del loro ambito di competenza, ma è il governante a a determinare le condizioni perché esso si realizzi veramente.

   Ora, ritornando a quanto detto al principio: è evidente che, come visto anche attraverso l’indagine platonica, la politica non può abdicare la sue funzioni ad alcuna altra scienza. Nel passato recente questo errore è già stato fatto con l’economia, e noi italiani ne sappiamo qualcosa, visti i disastri sociali creati dal governo del tecnocrate Monti. La politica, nell’affrontare la crisi derivante dall’epidemia da Covid-19, non può affidarsi ai soli pareri dei medici e degli scienziati, semplicemente perché questa non è solo una crisi sanitaria, ma anche sociale ed economica. Se i governi borghesi non sono in grado, o peggio ancora, non hanno il coraggio di sviluppare una strategia che coinvolga tutti gli ambiti dello Stato, allora si facciano da parte, perché la loro incompetenza e la loro indecisione rischiano ancora una volta di pagarla le classi più deboli della società.

Antonio Sparano

ricercatore presso l’Università di Buenos Aires 

Condividi sui social network
  • gplus
  • pinterest