Pressioni politiche e istituzionali cancellano l’arte sul palco di Les Étoiles
All’Auditorium di Roma, dove la danza dovrebbe parlare un linguaggio universale, si consuma invece l’ennesimo episodio in cui la politica invade il palcoscenico e impone il silenzio. Svetlana Zakharova, tra le più celebri interpreti del balletto classico contemporaneo, non salirà sul palco della rassegna Les Étoiles prevista per il 20 e 21 marzo. Non per ragioni artistiche, non per impedimenti tecnici, ma per una decisione che ha il sapore amaro della pressione politica e del conformismo culturale.
In un primo momento, la spiegazione circolata sui giornali è apparsa semplicistica: “troppo vicina a Putin”. Una formula comoda, quasi automatica, che evita di entrare nel merito dei fatti e riduce una questione complessa a uno slogan. In realtà, dietro l’esclusione si muove un intreccio ben più opaco. Gli organizzatori hanno parlato, con cautela quasi diplomatica, di “comunicazioni istituzionali” e di messaggi “sentiti e dolorosi”. Parole che, lette tra le righe, raccontano una realtà fatta di pressioni insistenti e difficili da ignorare.
Secondo quanto emerso, almeno tre interventi formali avrebbero contribuito a orientare la decisione: una presa di posizione dell’ambasciata ucraina, una lettera di associazioni vicine alla causa di Kiev e un messaggio proveniente da ambienti istituzionali europei. Il tutto accompagnato da un silenzio significativo da parte delle istituzioni italiane coinvolte. Un silenzio che, più che neutrale, appare come una tacita autorizzazione.
Eppure, gli stessi organizzatori ricordano un punto fondamentale: Zakharova non è soggetta ad alcuna sanzione nell’Unione europea. Il suo invito era perfettamente legittimo. E soprattutto nasceva da un principio che dovrebbe essere ovvio in ambito artistico: l’arte non è un passaporto, non è una dichiarazione politica, non è un test di fedeltà ideologica. È, o dovrebbe essere, uno spazio di incontro.
Quello che colpisce è la deriva ormai sistematica. Artisti russi vengono messi di fronte a una scelta implicita ma brutale: prendere pubblicamente posizione contro il proprio Paese oppure accettare l’esclusione. Non si giudica più l’opera, ma la biografia; non si ascolta più la musica, ma si analizzano le dichiarazioni; non si guarda più la danza, ma si scruta la provenienza.
Il caso Zakharova non è isolato. Si inserisce in una sequenza sempre più lunga che coinvolge direttori d’orchestra, cantanti lirici, musicisti. Settori – come il balletto e la musica classica – in cui la tradizione russa ha dato contributi fondamentali alla cultura mondiale. Colpire questi artisti significa colpire, in modo miope, proprio uno dei ponti culturali più solidi tra Est e Ovest.
E qui emerge il paradosso più evidente: mentre si invoca la libertà e si difendono i valori europei, si pratica una forma di esclusione che ricorda da vicino le logiche che si vorrebbero combattere. Si pretende che l’arte sia libera, ma solo entro confini ideologici ben precisi. Si parla di apertura, ma si chiudono le porte.
La verità è che questa non è una scelta coraggiosa, ma una resa. Una resa alla pressione politica, alla paura del dissenso, alla tentazione di semplificare il mondo in schieramenti rigidi. È più facile cancellare un’artista che difendere un principio.
E così, ancora una volta, a perdere non è solo una ballerina esclusa ingiustamente. A perdere è il pubblico, privato di un’esperienza artistica. A perdere è la cultura, ridotta a strumento. Ma soprattutto perde l’idea stessa che l’arte possa essere uno spazio libero, capace di unire anche quando tutto il resto divide.
CiCre

