Senza medici e con servizi ridotti, la sanità penitenziaria a Napoli rischia il collasso
Il sistema penitenziario italiano attraversa una fase di grave sofferenza strutturale. I numeri diffusi dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, elaborati su dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, del Ministero della Giustizia e degli uffici territoriali competenti, parlano di 62.476 persone detenute distribuite in 189 istituti, con un tasso di affollamento che supera il 122% della capienza regolamentare. Un dato che, già critico su scala nazionale, assume contorni ancora più drammatici in Campania.
A Napoli, la realtà della Casa Circondariale di Poggioreale rappresenta in modo emblematico le contraddizioni del sistema: circa 2.300 detenuti ospitati in una struttura datata, segnata da criticità strutturali e igienico-sanitarie, con un rapporto detenuti/agenti che evidenzia una carenza cronica di personale.
Se il sovraffollamento è il primo livello dell’emergenza, è sul piano sanitario che la situazione appare più allarmante.
La gestione della salute è affidata alla ASL Napoli 1, ma l’assistenza di base risulta insufficiente rispetto ai bisogni reali. I percorsi diagnostici e terapeutici scontano ritardi significativi, aggravati dall’assenza di servizi interni fondamentali, come i laboratori di analisi, dismessi negli anni per esigenze di contenimento della spesa. L’integrazione con il Servizio Sanitario Nazionale appare frammentaria e discontinua.
Particolarmente critica è l’area della salute mentale: a fronte di una popolazione detenuta numerosa e fragile, risultano operativi soltanto due psichiatri, oltre a un pneumologo e un diabetologo. Un numero che rende evidente lo squilibrio tra domanda e offerta di cure. Anche la carenza di agenti di Polizia Penitenziaria incide direttamente sull’accesso alle prestazioni, rallentando le traduzioni verso strutture esterne e allungando i tempi per esami e visite specialistiche.
Le ricadute sanitarie sono tangibili. Crescono le patologie croniche – broncopneumopatie, diabete, obesità – così come le malattie infettive e le diagnosi oncologiche. Sul versante psicologico aumentano ansia, depressione e disturbi comportamentali, in un contesto segnato da sedentarietà, alimentazione inadeguata e spazi insufficienti.
«La tutela della salute in carcere non è una concessione ma un diritto fondamentale sancito dall’articolo 32 della Costituzione. La pena non può mai trasformarsi in abbandono sanitario», afferma la criminologa Claudia Cavallo, componente dello staff regionale a tutela dei detenuti e del Gruppo di Lavoro Carceri della Consulta Popolare Salute e Sanità di Napoli.
Sulla stessa linea la pneumologa Marinica Coincilio, che richiama l’attenzione sull’incidenza delle malattie respiratorie croniche: «Le condizioni ambientali e strutturali incidono in modo diretto sull’aumento delle patologie. Senza prevenzione, diagnosi precoce e continuità terapeutica, il carcere rischia di diventare un moltiplicatore di malattia».
Il disagio psichico, se non intercettato tempestivamente, rischia inoltre di tradursi in nuove fragilità sociali e in recidiva, compromettendo la funzione rieducativa della pena prevista dall’ordinamento.
Le proposte avanzate dal Gruppo di Lavoro puntano a un intervento strutturale: maggiore integrazione tra sanità penitenziaria e sistema territoriale, istituzione di Case di Comunità all’interno degli istituti – già previste nel piano aziendale 2024 – e creazione di un servizio multiprofessionale unico capace di coordinare competenze mediche, psicologiche e sociali. Necessaria anche un’azione risolutiva sulle criticità contrattuali e amministrative che hanno determinato sospensioni o ridimensionamenti di servizi essenziali.
Sul fronte normativo, un ruolo chiave può essere svolto dalla riforma promossa dall’allora ministra Marta Cartabia, che ha rafforzato il ricorso alle misure alternative alla detenzione. Il programma operativo “Una giustizia più inclusiva” del Ministero della Giustizia, con una dotazione di 280 milioni di euro, potrebbe consentire a una quota significativa di detenuti – stimata attorno al 30% – di accedere a percorsi alternativi, contribuendo a ridurre la pressione numerica che oggi soffoca gli istituti.
Il nodo resta politico e culturale prima ancora che amministrativo. Garantire cure adeguate dietro le sbarre non significa solo tutelare chi sta scontando una pena, ma difendere un principio di civiltà giuridica che riguarda l’intera collettività.
La privazione della libertà personale non può tradursi in una compressione del diritto alla salute. È su questo equilibrio, fragile ma imprescindibile, che si misura la qualità democratica di un Paese.
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