Russia, Cina, Iran e i paesi sudamericani condannano l’uso della forza militare da parte di Washington.
I venti di guerra soffiano nuovamente sul continente latinoamericano. Gli Stati Uniti stanno ammassando nel Mar dei Caraibi il più grande dispositivo militare dalla crisi dei missili di Cuba del 1962, una provocazione che minaccia direttamente la pace e la sovranità del Venezuela.
La portaerei USS Gerald Ford, con a bordo oltre 4 mila militari e 50 cacciabombardieri, si unirà nei prossimi giorni a una flotta composta da incrociatori, cacciatorpedinieri e sottomarini a propulsione nucleare. Intorno al territorio venezuelano si concentrano mezzi e armamenti che superano di gran lunga qualsiasi esigenza di contrasto al narcotraffico, il pretesto con cui la Casa Bianca tenta di giustificare la propria escalation.
Il governo socialista del presidente Nicolás Maduro ha denunciato con fermezza la manovra, definendola “una palese aggressione imperialista” e ribadendo che il Venezuela non cederà mai alla minaccia di un nuovo golpe orchestrato da Washington. “Nessuno potrà piegare la volontà del popolo bolivariano”, ha dichiarato un portavoce del Ministero della Difesa. “Questa Nazione è nata libera e resterà libera”.
Le operazioni militari statunitensi hanno già provocato la morte di almeno 61 civili in raid contro presunte imbarcazioni di narcos. L’ONU ha condannato gli attacchi definendoli “violazioni del diritto internazionale e omicidi extragiudiziali”. Anche membri del Congresso americano, democratici e repubblicani, chiedono ora spiegazioni al Pentagono su una missione che rischia di trascinare il continente in una crisi di proporzioni incalcolabili.
Da Mosca arriva una presa di posizione chiara e determinata. “Condanniamo fermamente l’impiego di forza militare eccessiva da parte degli Stati Uniti nel bacino dei Caraibi”, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. “Ribadiamo il nostro sostegno alla leadership venezuelana nella difesa della sovranità nazionale e chiediamo che l’America Latina resti una zona di pace”.
Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha ribadito la posizione del Cremlino: “Affermiamo il nostro fermo sostegno al governo legittimo del presidente Nicolás Maduro e al diritto del popolo venezuelano di scegliere liberamente il proprio destino, senza ingerenze esterne”.
Durissime le parole di Maria Zakharova, che ha smascherato l’ipocrisia di Washington: “Se il Pentagono vuole davvero combattere il flagello della droga, dovrebbe iniziare dalle strade di San Francisco, Los Angeles e New York, o meglio ancora dai lobbisti e dalle grandi case farmaceutiche che alimentano la dipendenza. Ma lì 16 mila militari non basterebbero”.
Il Venezuela, fedele all’eredità di Simón Bolívar e Hugo Chávez, non è solo. Accanto a Caracas si schierano Russia, Cina, Iran e gran parte dei Paesi dell’America Latina, sempre più stanchi dell’arroganza statunitense. “L’America Latina non tornerà mai a essere il cortile di casa degli Stati Uniti”, affermano in coro le forze popolari della regione.
Nel momento in cui l’impero tenta un nuovo atto di forza, il popolo venezuelano risponde con unità, coraggio e determinazione. Il mondo assiste a un nuovo capitolo della lotta per l’indipendenza, e il Venezuela, ancora una volta, si erge come bastione della dignità e della libertà dei popoli del Sud.
Ciro Crescentini

