Riceviamo e pubblichiamo integralmente
Un nuovo sguardo sulla crisi dei Campi Flegrei arriva dalle pagine di Science, che il 5 settembre ha pubblicato i risultati di una ricerca internazionale destinata a segnare un punto di svolta nello studio dell’area vulcanica più densamente popolata d’Europa. È un lavoro corale che unisce le competenze della Stanford University – con il giovane ricercatore Xing Tan, il professor Greg Beroza e il professor emerito Bill Ellsworth – all’Osservatorio Vesuviano dell’INGV, con Anna Tramelli e Sergio Gammaldi, e all’Università Federico II di Napoli, rappresentata dal professor Warner Marzocchi.
Per la prima volta, grazie a tecniche avanzate di intelligenza artificiale applicate a milioni di segnali sismici registrati tra il 2022 e il 2025, è stato possibile ottenere un catalogo sismico ad altissima risoluzione. Un risultato che consente di leggere con maggiore chiarezza l’attuale fase di “unrest”, caratterizzata negli ultimi anni da terremoti, emissioni gassose e sollevamento del suolo, e di distinguere meglio le dinamiche che governano la caldera.
Il nuovo catalogo raccoglie oltre 50.000 eventi sismici, quasi tutti di origine tettonica e con profondità inferiori a 4 chilometri. Dati che, al momento, non indicano segnali di una risalita significativa di magma, elemento cruciale per contenere scenari di allerta immediata.
Lo studio ha però permesso di individuare con precisione una struttura di faglie a forma di anello che circonda l’area di sollevamento del cratere e che si estende fino al Golfo di Napoli. Per la prima volta sono state riconosciute, anche sulla terraferma presso Pozzuoli, faglie ben definite che costituiscono un tassello fondamentale per affinare le stime di pericolosità sismica in un’area abitata da centinaia di migliaia di persone. Accanto a questo quadro prevalentemente tettonico, i ricercatori hanno registrato una serie limitata di eventi “ibridi”, localizzati a profondità inferiori a un chilometro in prossimità del duomo di Accademia. Si tratta di fenomeni dovuti alla frattura delle rocce in presenza di fluidi e gas, con un’origine idrotermale piuttosto che magmatica. «Questi eventi provengono dall’interazione tra roccia, fluidi e gas – spiega Anna Tramelli – e indicano la presenza di sistemi idrotermali attivi in prossimità della superficie».
L’innovazione non risiede soltanto nei risultati scientifici, ma anche negli strumenti adottati. L’uso dell’intelligenza artificiale, in particolare di algoritmi di “deep learning” sviluppati a Stanford e adattati alla sismicità flegrea, ha consentito di analizzare in tempi rapidi dati enormi e complessi, distinguendo eventi sovrapposti e identificando con precisione i parametri di ciascun terremoto. Questo approccio ha migliorato sensibilmente la capacità di lettura della crisi in corso, restituendo una fotografia molto più nitida della caldera. Ma vi è di più: il sistema di analisi dei segnali sismici implementato durante la ricerca è già operativo presso l’Osservatorio Vesuviano. Una volta completata la fase di verifica, potrà individuare in tempo quasi reale anche i più piccoli cambiamenti nell’attività sismica, offrendo strumenti più rapidi e affidabili per la valutazione del rischio. «La definizione di faglie specifiche e ben localizzate ci consente di avvicinarci a stime più solide del rischio per l’area di Pozzuoli e dintorni», sottolinea Warner Marzocchi.
L’impatto di questo lavoro va dunque oltre la comunità scientifica. Riguarda direttamente la capacità delle istituzioni di rispondere a una crisi complessa in un contesto urbano e sociale delicatissimo. Se lo studio rassicura sul fatto che non vi sono al momento evidenze di una risalita magmatica, conferma al tempo stesso l’esigenza di mantenere altissima l’attenzione. Nei Campi Flegrei, ogni nuova conoscenza è un tassello che rafforza la prevenzione e la protezione civile, riducendo i margini di incertezza in uno dei sistemi vulcanici più instabili e sorvegliati al mondo.
Giovanni Di Trapani

