Riceviamo e pubblichiamo integralmente
“…corpi senza volontà…”: Gramsci, detenuto n7047 delle carceri fasciste, così sintetizzava il concetto stesso di prigionia. Piccole cose, come la sottrazione dei fiammiferi, che minano la stessa appartenenza al genere Umano. Ogni tipo di prigionia si sviluppa, oltre che sulle forme di coercizione fisica, su questi altri due binari. A) UMILIAZIONE, il continuo chiedere, pregare, sperare anche solo di potere avere un chilo di farina. Una subalternità che trasforma l’Uomo in bambino, infantilizzandolo rispetto ai propri bisogni e rendendolo, in ultima analisi, dipendente sentimentalmente dallo stesso potere che lo “detiene”. B) SOPPRESSIONE, eliminando, goccia a goccia, ogni residua identità, “bestializzando” il detenuto o il diversamente detenuto, rendendolo solo quella cosa lì. Un numero di matricola, come un pollo di batteria. Persino il tempo, la sua stessa percezione, esce dai parametri di un’individualità, per entrare nella “clessidra senza sabbia” dove si scompone in una eternità immobile, perennemente uguale a sé stessa. La metafora della “clessidra senza sabbia” che rubo a Nicola Valentino, sottolinea che anche il tempo Umano, la progressione dello spazio-tempo che definisce ogni esistenza, viene cancellato.
Del resto, se non mi credete, fate l’esperimento con il vostro cane: la “bestializzazione” non riconosce il tempo e così se vi allontanate un’ora o pochi secondi, la reazione del cane sarà identica.
Fare il pane o la pizza è uno spettacolo nel quale il tempo esercita una qualche forma di autonomia: nelle mani che impastano, nell’attesa della lievitazione, nella gioia personalissima di mangiare un cibo allegro e intimo. Proprio per questo nei nostri momenti neri è la vita del fuori, la micro vita che ancora, in qualche disperatissimo modo, riusciamo a generare che ci fa andare avanti. Che sia la piantina che sboccia o il gatto che deve mangiare, sono questi assurdi amplessi che ci legano alla luce, anche quando tutto è buio.
Ma il potere è proprio in questo che aziona le leve di una distruzione dell’Io detenuto o diversamente detenuto: annientarlo nei ricordi, nelle potenzialità, nel suo specifico peso antropologico, persino in quello di una manualità alimentare. Renderlo sempre più impotente, anche davanti a sé stesso.
Negare la farina a C. è la sintesi simbolica delle torsioni che una Istituzione Totale può mettere in scena, esattamente come la sottrazione dei fiammiferi. Ogni piccolissima manifestazione di volontà, come accendere una sigaretta, diventa atto di potere discrezionale, burocratico: esattamente come le innumerevoli “domandine” che i detenuti e i diversamente detenuti devono compilare per qualsiasi esigenza.
Il pane, quindi, fare il pane, diventa atto di ribellione alla noia, evasione: il simbolico riappropriarsi di un piccolissimo lembo di tempo e, in questo senso, si intuisce lo scontro, le sentenze, i ricorsi su una questione che al di fuori delle Istituzioni Totali è difficilmente comprensibile. Del resto era successa qualcosa di simile anche sui CD musicali e sulle fotografie di famiglia del detenuto C.
Diventano risibili, in carceri videosorvegliati e in isolamento totale, le scuse sulla potenziale pericolosità della farina. La lancia contro chi? Nasconde cose, facendo indurire l’impasto, se è in un ambiente asettico come una camera mortuaria? Il detenuto C., quindi, diventa oltre i suoi demeriti/colpe/pericolosità…, il simbolo dei nostri tempi e, dispiace dirlo, di tante forme detentive o diversamente detentive che si mettono in scena nella realtà cannibale del turbocapitalismo. Le mense dei poveri, ad esempio, dove mentre si aspetta il cibo, una voce gracchiante recita il rosario da un altoparlante ad Esseri Umani, casomai, di altre religioni. O nei lager della logistica, dove un marchingegno elettronico posto all’altezza della cintura, ibrida l’Uomo in gorilla ammaestrato e radiocomandato, come un robot di second’ordine. Lo scopo è sempre lo stesso: rendere l’Uomo numero e, soprattutto, renderlo estraneo a sé stesso.
Luca Musella
