L’epopea sventurata di Corradino

“L’aquilotto insanguinato” di Lino Zaccaria ripercorre le gesta dell’ultimo degli Svevi, decapitato in piazza Mercato a Napoli da Carlo d’Angiò

Tra storia e mito si staglia la figura di Corradino di Svevia, nipote di Federico II, figlio del figlio Corrado. A 15 anni, nel 1267, calò in Italia, dalla natia Baviera. Aveva la missione di riprendersi il Regno di Sicilia, sul cui trono Papa Clemente IV aveva insediato Carlo d’Angiò. Un’impresa coraggiosa quanto tragica, naufragata nella battaglia di Scurcola, in Abruzzo. E poi chiusa con la celebre decapitazione a Napoli, in piazza Mercato (all’epoca Campo del Moricino), il 29 ottobre 1268. A riportarla a galla, dalle nebbie dei millenni, è il saggio “L’aquilotto insanguinato” (Graus Edizioni), firmato da Lino Zaccaria, ex redattore capo del Mattino, dove ha lavorato oltre quarant’anni, oggi direttore editoriale di “Napoli quotidiano”. Zaccaria ci mette la passione dello storico autodidatta, e la curiosità del cronista navigato. Ripercorre la saga di quel “giovinetto pallido, e bello, con la chioma d’oro”. Così, infatti, Corradino è ritratto nella poesia di Aleardo Aleardi, mandata a memoria da generazioni di scolari, oggetto di uno studio specifico nel libro. Ma chi era Corradino? Un replicante della virtù eroica, una vittima delle trame del destino, designato a difendere il fasto degli Hohenstaufen. L’ultimo degli Svevi, col peso di discendere da Federico II, lo stupor mundi. E quindi obbligato a non essere da meno, con la quasi certezza di fallire. Mancò la fortuna, non il valore, come si dissero i Bersaglieri ad El Alamein, 700 anni dopo. Su Corradino tutte le domande sono ancora legittime. E va detto, anche perché le risposte sono difficili da trovare, a distanza di secoli. Non è solo la damnatio memoriae riservata ai vinti. C’entra il fato avverso, pure qui: l’Archivio angioino è stato distrutto da un incendio a Nola, dove era stato trasferito durante l’ultima guerra mondiale. All’epopea di Corradino, perciò, ci sono voluti anni per riemergere. Zaccaria viaggia nelle lotte fra i comuni, e fra guelfi e ghibellini. I guelfi rappresentavano la coalizione fra “liberi” comuni, pontefice e Angioini francesi. I ghibellini si configuravano come partigiani dell’Impero tedesco. Era un’Italia frastagliata in mille egoismi feudali. Nelle pagine si intersecano i disegni di potere, i patti sottoscritti da fragili alleanze, rotte dal fragore delle lame, o disfatte dai tradimenti. La terra instabile delle astuzie machiavelliche. Un palcoscenico per figure come Giovanni Frangipane, signore di Torre Astura, dove Corradino si rifugiò dopo la sconfitta: in passato fedele agli Svevi, consegnò il giovane coronato a Carlo d’Angiò. I cambi di campo, del resto, erano il frutto di politiche spregiudicate, all’ombra del Papato. Nemico giurato di Manfredi di Sicilia, Clemente IV non fu meno ostile alla discesa del nipote Corradino. Anche se è forse una leggenda quella del biglietto inviato al re angioino, prima della decapitazione, per sancirne l’ineluttabilità: «Mors Corradini, Vita Caroli. Vita Corradini, Mors Caroli (Morte di Corradino, vita di Carlo. Vita di Corradino, morte di Carlo)». Non lo era certo il disegno del potere temporale.

Gianmaria Roberti

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