Riceviamo e pubblichiamo integralmente
Zeta mi confessa: “se capita ce lo teniamo”. Ma sembra una frase di una donna consapevole di non essere più in età di maternità. Qualche sbandata di una esistenza non lineare, qualche amore difficile, la perenne disoccupazione e il gioco è rotto: il figlio sognato da Zeta è uno dei dieci milioni di italiani che non nasceranno nei prossimi decenni. Un genocidio, dieci milioni di mai nati, ma solo se vogliamo guardarlo.
Siamo sotto la sede della Provincia di Napoli presidiata da una lista di disoccupati. Zeta ha un portamento elegante e un corpo minuto che non lascia trasparire la sua età. Adesso ha un amore vero, un uomo di cui finalmente si fida, ma vivono ognuno con la propria famiglia, in un’eterna adolescenza che assume i contorni di una condanna. “Una stanza in condivisione arriva a costare 500 euro. Lui, durante il covid, è riuscito a finire gli studi e a laurearsi. Prima faceva il cameriere a nero. Oggi? Anche.”
Sarà mica un caso che a Napoli, il numero di napoletani, è inferiore a tante altre città. Una diaspora eterna e circolare, per cui ci sono più napoletani a San Paolo in Brasile, che da noi.
“Anche io sono stata anni al Nord. Ma ogni notte mi dicevo torno, torno, torno. Poi la voglia di mettere su famiglia: insomma io e il mio uomo siamo tornati, da due nord diversi, ma è andato tutto storto. Così ho detto a mio padre se mi ospitava due settimane. Sono otto anni che vivo con lui.”
Tetra, invece, è una mia amica sui social. Abita nell’immensa periferia vesuviana e la sua appartenenza alla città è puramente virtuale. I mezzi pubblici sono stati, di fatto, cancellati e, dopo una certa ora, la distanza tra la città e le sue anime perse è incolmabile. Una cittadinanza virtuale, come la nostra amicizia su fb. Così tetra si limita a frequentare Napoli giusto quando ci sta una protesta che assume, ai suoi occhi semplici e belli, contorni mistici: come qualcosa che dona luce, identità, senso. Anche Tetra non ha figli e mi confessa con dolcezza che è un buco nero nella sua esistenza. Vita monca.
Così mentre la nostra classe digerente si triplica stipendi ed elargisce gettoni di presenza o di bontà ai propri affiliati, la città reale sprofonda in un nero che toglie spazio ad ogni speranza. Tutto sporco, sanità a pezzi, scuola lager, fame…ma va tutto a gonfie vele. Eppure, almeno da etichetta, una parvenza di opposizione ci sta sia a destra che a sinistra, ma è come se si auto censurasse rispetto ai drammi del nostro vivere. Il turismo, ad esempio, ha ricadute ambientali e sociali devastanti a margine di ricadute occupazionali quasi nulle. In alcuni quartieri, tra intelligenza artificiale e automazione, li stiamo perdendo i posti di Lavoro, trasformando i garzoni a nero delle gouaches, in macchine fredde. Così si passa dalla marginalità cronica della precarietà ad una povertà certa e incontrovertibile: venditori di calzini a rate, di calamite cinesi e poco altro. Depositi bagagli, vendita di snack, persino le casse dei salumieri: tutti automatici. L’invivibilità è fatta di disservizio e paura, due condizioni che a Napoli stanno crescendo in modo esponenziale, anche per la presunta borghesia gonfia e vincente. Tutti zitti. Un Sindaco come quello attuale è una benedizione per una opposizione vigile e aggressiva: ogni giorno fornisce spunti per contrastarlo. Ma una cappa acida di conformismo lo accompagna nel suo tragicomico percorso politico. Perché?
Domanda alla quale è difficile rispondere senza rischiare di fare la figura del fesso. Ci provo. Il trasformismo stanziale non presuppone un cambio di identità politica, nel senso di passare da una formazione ad un’altra. È una specie di zona torbida, per cui si rimane nella propria identità per le tematiche astratte o internazionali, mentre sui territori si è proni davanti al potere. Questo è dovuto, in parte, alla scarsezza di committenze reali in ogni ambito e al proliferare di associazioni, consulenze, progettini ed iniziative che vedono la propria sopravvivenza legata al gettone che cade dalla Pubblica Amministrazione o, la cui caduta, è favorita, “sponsorizzata” da qualche appartenenza. Così fascisti e Comunisti, nonostante il Sindaco rosa confetto, possono esprimere la loro opinione solo sull’antico dilemma UOVO/GALLINA ma, in qualche modo, sono impossibilitati a prendere una posizione netta sulle questioni concrete. Non si può avere, contemporaneamente, la mano davanti al potente e la lingua vigile a smascherarlo. Gli stessi organi di informazione sono storicamente zuccherosi con il potere e per la medesima ragione: una palude di rapporti e interessi che si radicano e infestano ogni ambiente di élite o presunta tale. Si campa, si fa carriera, si ha spazio nella città fino a quando non si pestano troppo i piedi alla soft massoneria umidiccia della nostra classe digerente. Solo argomenti che non intaccano gli equilibri locali, tipo il contrasto alla sciagurata legge di Calderoli sulla Autonomia Differenziata, generano quella ossessione compatta che, pur apprezzando tantissimo, mi genera troppi sospetti. Lo stesso giubilo trasversale che accompagna l’accerchiamento finale di De Luca è figlio di questo andazzo: è la voglia di cambiare padrone, non di cambiare il meccanismo feudale del nostro DNA. “Belli di notte”, nel senso che marziani, Comunisti o fascisti, dopo l’aperitivo, sono tutti cortigiani all’antico ballo delle eterne dinastie del nulla.
Luca Musella

