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Pigmalione riscuote applausi al San Ferdinando

Redazione by Redazione
4 Marzo 2016
in Musica e Spettacoli
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Positivo il debutto dell’opera di George Bernard Shaw nella originale traduzione di Manlio Santanelli

Debutto con applausi per “Pigmalione” di George Bernard Shaw nella originale traduzione di Manlio Santanelli e con l’audace e moderna regia di Benedetto Sicca. Lo spettacolo è andato in scena, in prima assoluta, al teatro San Ferdinando. Ne sono interpreti  bravissimi Gaia Aprea (Luisa la fioraia), Giacinto Palmarini (Gaetano Diodato), Paolo Serra (Ermete Puoti), Fabio Cocifoglia (Vincenzo Maffei), Antonella Stefanucci (Giacinta Puoti e signora Verdiani), Autilia Ranieri (Elide Giliberti), Federica Sandrini (Clara e moglie del Console), Gianluca Musiu (Federico Giliberti e Console), Francesca De Nicolais (Filomena e Nepommuck). In scena anche per la prima volta sei allievi della Scuola del Teatro Stabile di Napoli: Armando Alessandro Balletta, Marialuisa Diletta Bosso, Emanuele D’Errico, Katia Girasole, Dario Rea e Francesco Roccasecca. Al violino Riccardo Zamuner. Le musiche sono di Chiara Mallozzi; le scene di Maria Paola Di Francesco; i costumi di Frederick Denis e Laurence Hermant; le luci di Maria Doménech. Il mito di Pigmalione, giunto a noi dalle Metamorfosi di Ovidio ed esempio di “agalmatofilia”, cioè “amore per una statua”, fu riscritto dal drammaturgo irlandese nel 1912 e andato in scena per la prima volta nel 1913. La commedia racconta la storia di Henry Higgins, apprensivo professore di fonetica, che scommette con l’amico colonnello Pickering di riuscire a trasformare la popolana Eliza Doolittle, fioraia, in una raffinata donna dell’alta società. Nella sua rilettura Santanelli ha sintetizzato i cinque atti originali in due tempi. Nel primo è compreso il primo, secondo e metà del terzo atto. Nel secondo tempo, la fine del terzo atto, il quarto e il quinto. L’ambientazione è Napoli. Il colonnello Maffei (Pickering) alloggia all’Excelsior, il professore Puoti (Higgins) alla Riviera di Chiaia, Luisa (Eliza Doolittle) viene dal Lavinaio. Fino dalle prime battute si coglie il mirabile sforzo compiuto dal drammaturgo napoletano  “di inventare un sistema di segni sonori formato dall’accostamento di termini obsoleti a neologismi, ad ibridazioni, a nozze morganatiche tra parole colte e vocaboli plebei, e ad ogni ‘numero di acrobazie verbali’ (sempre tenendo conto della loro piena comprensibilità)”, come  aveva anticipato nella conferenza stampa di presentazione del lavoro. Questo “sistema” è stato contrapposto alla parlata della fioraia e del suo esuberante genitore che, secondo i linguisti, non è un dialetto bensì un idioletto, ossia un melange linguistico tra idioma e dialetto, una sorta di gergo, di slang la cui peculiarità risiede nell’elemento fonetico e in quello fantastico. Il risultato è che con la commedia il drammaturgo napoletano ha creato un linguaggio nuovo. Superati i primi momenti di perplessità, dovuti alla difficoltà di parlare napoletano da parte di chi non lo è e ai toni eccessivamente alti che non sempre hanno consentito la completa comprensione delle parole dette, si è riusciti ad entrare a pieno nella  nuova atmosfera creata da Santanelli nel trasloco della vicenda dagli ambienti londinesi a quelli partenopei. Originali i suoi piccoli trasferimenti all’interno del testo che riguardano i contenuti. Per esempio il colonnello Maffei è stato in Eritrea mentre Pickering era stato in India. Le signore nel salotto di Giacinta Puoti (Mrs Higgins) si interrogano sul come fare la parmigiana di melanzane. Ancora Higgins fischietta una opera di Puccini, mentre Ermete Puoti la Tosca.

 

Higgins nomina ripetutamente il diavolo e la madre gli vieta di bestemmiare in perfetta coerenza con la religione londinese molto chiusa del tempo. Puoi, invece, nomina tutti i 19 diavoli elencati nel XIX canto dell’Inferno dantesco. La “traduzione”, per molti tratti elegante, ha lasciato inalterato il senso della commedia attraverso cui si esprime il potere di un ceto verso l’altro utilizzando la lingua per controllarlo e renderlo branco. Pregevole la regia. Benedetto Sicca ha costruito una partitura più complessa tenendo conto che, nel rispetto dei canoni della narrazione, andava data la dovuta evidenza anche agli altri elementi come le voci, le relazioni, i suoni prelinguistici. Ciò perchè l’esperienza dello spettatore ha a che fare con tutto quello che si sente e si vede. Nel caso specifico, poi, il regista ha tenuto presente che il pubblico è comunque legato al ricordo di un musical, My Fair Lady. Per questo motivo ha inteso lavorare in maniera metalinguistica o interlinguistica sulla musica per consentire al singolo spettatore di ricondurre il suo immaginario a ricomporsi in una possibile nuova interpretazione del testo. Importante la scelta del violino, magistralmente suonato dal giovane talento Riccardo Zamuner, figlio d’arte (i suoi genitori sono i maestri di pianoforte Maria Sbeglia e Umberto Zamuner).

 

Per il regista, è lo strumento che meglio di ogni altro esprime l’idea che il suono esterno al corpo deve essere comunque protagonista in questo testo. Certe sue sonorità  sono in grado di passare da uno spessore melodico molto bello e armonico a un tipo di dissonanze o stridori che sono abbastanza riferibili all’idea del disturbo, del fastidio che  il suono può dare. Tutto ciò ha a che fare con la relazione che Puoti ha con il suono perchè non è possibile che uno come lui, così sensibile alla lingua e al suo suono, li ascolti alla stessa maniera in cui lo facciamo tutti quanti. Probabilmente sente altre cose attraverso le quali è in grado di fare le sue diagnosi. Non è sfuggito che nel secondo tempo compare un elemento nuovo, l’acqua che copre il pavimento dello studio di Puoti. In realtà il richiamo c’è già nel primo tempo quando Luisa fa il bagno nella vasca ricordando quello della Eliza di Shaw che scopre l’acqua calda. E’ il momento in cui Sicca fa la sintesi visiva di un testo per lui molto complesso in riferimento allo spazio e al tempo delle ambientazioni, peraltro, diverse. Per lui l’acqua è l’elemento che consente questa operazione ed è, inoltre,  il punto di unione tra le Metamorfosi di Ovidio e il molteplice significato simbolico che questo elemento ha per il drammaturgo irlandese. Un’ultima considerazione. Il testo e la messa in scena sono sottesi in maniera per niente invasiva dal “discorso” sul modo in cui le donne si percepiscono attraverso lo sguardo degli uomini. Il corpo della donna, cioè, è un oggetto costruito dallo sguardo degli uomini ed è incasellato in dei ruoli sociali (madre o puttana). Nel testo di Shaw  Eliza crede che Higgins stia esprimendo l’intenzione di venderla come prostituta e dice “Eravamo al di sopra di quello, all’angolo di Tottenham Court Road”. Luisa, invece, vince  anche se poi la sua consacrazione all’inetto Federico mette un’ombra sul suo essersi trasformata da blocco di marmo da scolpire, da oggetto inconsapevole e infante a soggetto adulto.

Mimmo Sica

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