Riceviamo e pubblichiamo integralmente una riflessione del Prof Giovanni Di Trapani
In una stagione in cui le democrazie parlamentari affrontano ovunque l’urto delle semplificazioni decisioniste, anche in Italia si assiste a una progressiva torsione della forma di governo.
Dall’analisi dei dati pubblici resi disponibili sui siti istituzionali del Governo, della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica emerge con chiarezza come l’attuale esecutivo, insediatosi nell’ottobre 2022, abbia consolidato un modello di produzione legislativa fondato su tre pilastri: decretazione d’urgenza, sistematico ricorso alla questione di fiducia e marginalizzazione del ruolo delle Camere.
I numeri sono eloquenti: in poco più di due anni, il governo ha emanato 98 decreti legge – con una media mensile pari a circa tre – attestandosi su livelli paragonabili a quelli raggiunti dagli esecutivi chiamati a gestire l’emergenza pandemica. Il 37% delle leggi approvate nel corso della XIX legislatura è rappresentato da conversioni di decreti: una percentuale mai così elevata negli ultimi trent’anni.
Ancor più significativo il fatto che ben 38 di tali provvedimenti siano stati approvati attraverso doppio voto di fiducia, alla Camera e al Senato, sterilizzando di fatto ogni spazio di discussione. Non si tratta, beninteso, di un’anomalia inedita. La decretazione d’urgenza è da tempo un tratto costitutivo della prassi legislativa italiana.
Ma ciò che distingue l’attuale fase politica è la normalizzazione di uno strumento concepito in origine come eccezionale. Un meccanismo pensato per affrontare circostanze straordinarie – calamità naturali, crisi economiche, minacce alla sicurezza nazionale – viene oggi applicato sistematicamente anche per disciplinare materie politicamente sensibili e divisive: immigrazione, sicurezza, cittadinanza, attuazione del PNRR, rapporti internazionali come nel caso dell’accordo con l’Albania.
Il risultato è un Parlamento progressivamente svuotato del suo ruolo costituzionale: ridotto a ratificare decisioni già assunte dall’esecutivo. Di fronte a una maggioranza solida, la logica dell’efficienza tende a prevalere su quella della rappresentanza, comprimendo gli spazi per il confronto parlamentare, l’intervento delle opposizioni, il contributo dei corpi intermedi.
In nome della rapidità, si consuma così un evidente impoverimento democratico. A questo si aggiunge un altro elemento rilevante: la crescente marginalità delle leggi ordinarie di iniziativa parlamentare. Le 85 leggi approvate al di fuori della decretazione si concentrano in larga parte su temi settoriali e non controversi – dalla promozione delle manifestazioni in abiti storici all’istituzione di parchi ambientali – mentre le riforme di maggiore impatto vengono affidate a leggi delega, che trasferiscono al governo il potere di normare mediante decreti legislativi.
È l’altra faccia della riduzione del Parlamento a organo di mera ratifica. Il quadro che ne deriva non è solo tecnico, ma profondamente politico. Esso chiama in causa direttamente l’architettura costituzionale della Repubblica, fondata su un equilibrio dinamico tra i poteri.
Un Parlamento che non delibera, che non discute, che non interviene sulle scelte legislative più rilevanti, cessa di essere luogo della rappresentanza democratica e della costruzione del consenso informato. Se le decisioni fondamentali vengono adottate senza confronto, senza tempo e senza contraddittorio, anche il rapporto tra cittadini e istituzioni ne esce profondamente indebolito.
La tentazione di governare “senza ostacoli” accompagna tutte le maggioranze, in misura diversa. Ma quando questa tendenza si cristallizza in prassi sistematiche, si altera il baricentro del sistema istituzionale. Il diritto a una legge discussa, valutata e condivisa – nel tempo lungo del confronto parlamentare – è esso stesso un presidio di giustizia democratica. Rinunciarvi in nome dell’efficienza può forse accelerare l’azione di governo, ma mina alle fondamenta la legittimità del processo legislativo e la qualità della nostra vita pubblica.
Giovanni Di Trapani
