Parla tanto di dignità del lavoro, ma la sua è garantita da papà, non da una battaglia. Il conflitto lo teme come il virus, lo svuota, lo spegne con una commissione tecnica o con una firma su un documento al ribasso perché il suo compito non è lottare, è fare da cuscinetto, da parafulmine, da garante della stabilità. La sua più grande ambizione? Una sedia, una diaria, una promozione e zero polvere.
Il sindacalista figlio di sindacalista (…confederale e consociativo naturalmente…) rampollo di papà sindacalista, sistemato senza passare per un concorso nemmeno per sbaglio, è uno che ha fatto tutto nel modo “giusto”, ovvero col manuale del piazzamento ereditario sotto al braccio.
Appena diplomato, mentre i coetanei si facevano il mazzo in università vere o in fabbrica, lui si è iscritto a una telematica che più che un’università è un fast pass per chi ha già la strada spianata. Esami “intensi”, lezioni quando vuole, tesi copia-incolla con qualche citazione di Wikipedia — ma nel Curriculum suona bene, e basta quello. Tanto non doveva dimostrare niente, il posto c’era già.
E così, ancora fresco di laurea express, papà lo ha sistemato: ente bilaterale, azienda partecipata, fondazione di quelle che “dialogano con il territorio” ma in realtà servono a garantire qualche poltrona e lo status quo. Niente gavetta, niente esperienze vere sul campo e un’agenda zeppa di convegni dove si applaude sempre chi comanda.
Ha imparato subito come “gestire” i malumori dei lavoratori, promettendo quello che non può (e non vuole) dare, con la voce bassa e il tono comprensivo del professionista della rassegnazione, andare a braccetto con il padrone di turno, offrendogli “la pace” in cambio di visibilità, una poltroncina qua, una consulenza là, un applauso durante il convegno, gestire se stesso, costruendosi addosso l’immagine perfetta del “nuovo sindacalismo dialogante” — che poi è solo una versione più educata del vecchio servilismo in giacca e cravatta.
Parla tanto di dignità del lavoro, ma la sua è garantita da papà, non da una battaglia. Il conflitto lo teme come il virus, lo svuota, lo spegne con una commissione tecnica o con una firma su un documento al ribasso perché il suo compito non è lottare, è fare da cuscinetto, da parafulmine, da garante della stabilità. La sua più grande ambizione? Una sedia, una diaria, una promozione e zero polvere.
Parla di diritti, certo, ma non ne ha mai dovuto lottare nemmeno uno. Cita la Costituzione nei discorsi ufficiali, ma se serve la piega come un depliant elettorale. Vive di rendita economica e simbolica: figlio d’arte, figlio d’apparato, figlio di un sistema che si autocelebra e si autolegittima, mentre fuori le tute si sporcano e le schiene si piegano.
A lui non interessa la giustizia, ma la governabilità. E se proprio scoppia qualcosa, si presenta come garante del “bene comune” — che, guarda caso, coincide sempre col benessere del padrone.
Insomma, più che un sindacalista è un funzionario del consenso, un burocrate dell’equilibrio che serve solo a tenere tutto fermo. Un custode del compromesso, sempre pronto a spiegarti perché “non si poteva fare diversamente”. Per lui il sindacato è un ascensore sociale già programmato. Non sale per merito, ma per eredità. E una volta arrivato in alto, chiude le porte.
È il classico personaggio che si indigna il giusto, quando non dà proprio fastidio. Frequenta i convegni, si siede bene al tavolo, conosce tutti per nome (soprattutto quelli nei consigli di amministrazione). E se gli chiedi dei problemi reali della base? Ti risponde con frasi fatte, magari una pacca sulla spalla, e ti dice:“Bisogna vedere tutto nel contesto. E il contesto, ovviamente, è sempre quello che gli conviene.
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