Mafie e Isis, gli intrecci inediti

I legami tra traffici criminali e islam radicale in “Sahara, deserto di mafie e Jihad” dei giornalisti Alessio Postiglione e Massimiliano Boccolini

 

 

“Sahara, deserto di mafie e Jihad” è presentato oggi a Napoli alle 17 presso la “Biblioteca Benedetto Croce”
in via Francesco De Mura n. 2/bis al Vomero. Partecipano gli autori

 

C’è una terra di mezzo dove si incontrano mafie e jihadisti, trafficanti di armi e foreign fighters, narcos e scafisti. E’ il Sahara, la frontiera più incandescente del pianeta, il buco nero che sta destabilizzando oriente ed occidente. Su questa linea d’ombra si situa “Sahara, deserto di mafie e Jihad” (Castelvecchi), dei giornalisti Alessio Postiglione e Massimiliano Boccolini. Un’inchiesta che punta a sfatare alcuni tabù e accusa il terzomondismo di contiguità con l’Islam radicale, in un gioco di vasi comunicanti che saltella dal marxismo alla decolonizzazione, passando per il khomeinismo e lambendo pure il sindacalismo rivoluzionario di George Sorel, maestro del primo Mussolini. Sullo sfondo delle ideologie resta però la puzza del grande business criminale. Nella relazione 2016 della Direzione Nazionale Antimafia si afferma che “l’evoluzione del terrorismo internazionale e le indagini finora svolte sulle attività delittuose dello Stato Islamico e dei suoi affiliati (o aspiranti martiri) nel nostro Paese – riportano gli autori – confermano l’intreccio fra criminalità organizzata di tipo mafioso e terrorismo internazionale. Più che un intreccio, una totale compenetrazione”. Sulle rotte della droga si svelano i legami fra Stato Islamico e mafie italiane. Le ultime indagini puntano sul porto di Sirte, controllato dal Daesh, dove jihadisti e camorra imbarcano i carichi di stupefacenti verso il Belpaese. Circolano merci, uomini e reti di appoggio. Nel marzo 2016, a Castel Volturno, arrestano Aziz, un 46enne iracheno vicino all’Isis accusato di negoziare con i clan accordi sul traffico d’armi e di fornire documenti falsi. Un passo indietro. La ’ndrangheta istituisce delle basi logistiche in Togo fin dal 2004, quando sono trovate le prove della presenza dei clan Pesce e Mancuso, che si occupavano di traffico di cocaina.
Nel 2005, i servizi di sicurezza italiani catturano il boss mafioso, appartenente al mandamento di Partinico, Giovanni Bonomo a Dakar, in Senegal. Tracce che partono da lontano e arrivano al dicembre 2016: a Sesto San Giovanni, hinterland milanese, viene ucciso Anis Amri, lo stragista di Berlino che, pochi giorni prima, aveva falciato decine di persone. Le piste investigative si indirizzano ai suoi fiancheggiatori in Italia e ai possibili contatti con le organizzazioni mafiose. Sono diverse le storie di cronaca e molti di più gli interrogativi. Il libro prova a spiegare perché l’Italia è stata sinora risparmiata dagli attacchi terroristici, ma anche cosa potrebbe cambiare in futuro.

Gianmaria Roberti

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