Palestine Action Italia contesta il linguaggio utilizzato per raccontare l’aggressione in Cisgiordania. Alla mobilitazione aderisce USB Coordinamento Rai
Il modo in cui la Rai racconta la guerra a Gaza e la situazione nei territori palestinesi torna al centro del dibattito pubblico. A riaprire la discussione è una petizione promossa da Palestine Action Italia, alla quale ha aderito USB – Coordinamento Rai, che contesta alcune scelte editoriali e linguistiche adottate dal servizio pubblico nel racconto del conflitto.
Secondo i promotori, non si tratterebbe di episodi isolati, ma di una serie di vicende che solleverebbero interrogativi sulla neutralità, sulla pluralità delle fonti e sulla responsabilità dell’informazione pubblica.
Il servizio del Tg1 che ha fatto esplodere la protesta
La mobilitazione è nata dopo un servizio trasmesso dal Tg1 il 24 luglio 2026, nell’edizione delle 20, firmato dal corrispondente Rai per il Medio Oriente Giovan Battista Brunori.
Il servizio era dedicato a un’aggressione compiuta da coloni israeliani contro un villaggio palestinese in Cisgiordania. A suscitare le contestazioni è stata soprattutto la definizione degli israeliani coinvolti come «escursionisti».
Per Palestine Action Italia, quella scelta lessicale avrebbe alterato la percezione dell’episodio, presentando come semplici visitatori persone che, secondo la ricostruzione dei promotori e le fonti da loro richiamate, erano coinvolte in un’aggressione.
Il caso è diventato così il punto di partenza di una critica più generale al linguaggio utilizzato dalla Rai per descrivere gli avvenimenti in Israele, Gaza e Cisgiordania.
Una petizione già sottoscritta da migliaia di persone
La petizione ha raccolto, secondo i promotori, 4 mila e ha ottenuto l’adesione del Coordinamento Rai di USB.
L’obiettivo dichiarato è chiedere un cambiamento nel modo in cui il servizio pubblico affronta il conflitto e quella che Palestine Action Italia definisce la «propaganda sionista in Rai».
La contestazione non riguarda soltanto la scelta di una parola. Il tema più ampio è quello della costruzione della notizia: quali fonti vengono utilizzate, quali dichiarazioni vengono riportate come fatti, quanto spazio viene dato alle diverse versioni e quali voci vengono invitate a discutere pubblicamente della guerra.
Gli altri episodi contestati
I promotori della petizione ricostruiscono una sequenza di episodi che, a loro giudizio, rafforzerebbe la necessità di una riflessione sul giornalismo Rai.
Tra questi viene citato un servizio del 18 luglio 2026, della durata di circa 20 secondi, dedicato a un attacco contro un locale sul mare a Gaza. Secondo quanto riportato nella denuncia, l’attacco provocò più di sette morti, tra cui un bambino di 13 anni, oltre a numerosi feriti.
Nel servizio del Tg1, la giornalista Perla Dipoppa avrebbe descritto il luogo come teatro di una «riunione di Hamas, secondo IDF». Per i promotori, il problema risiede nel fatto che una versione proveniente direttamente dall’esercito israeliano sarebbe stata inserita nella narrazione senza una contestualizzazione sufficiente.
La critica riguarda dunque ancora una volta il rapporto tra fatti verificati, dichiarazioni delle parti in guerra e attribuzione delle responsabilità.
Le dichiarazioni di Incoronata Boccia
La petizione richiama poi quanto avvenuto il 12 ottobre 2025, durante il convegno La storia stravolta e il futuro da costruire, organizzato da UCEI e Cnel.
In quell’occasione la direttrice dell’Ufficio Stampa Rai Incoronata Boccia dichiarò che, a suo giudizio, non esisteva una prova dell’ipotesi secondo cui l’esercito israeliano avrebbe mitragliato civili inermi. Le sue parole provocarono forti polemiche e un confronto pubblico sul modo in cui i media internazionali avevano raccontato le vittime palestinesi.
Secondo Palestine Action Italia, la Rai avrebbe successivamente difeso la propria dirigente anziché prendere le distanze dalle dichiarazioni.
Il precedente che riguarda ancora Brunori
Nel dossier dei promotori viene ricordato anche un episodio dell’11 agosto 2025, quando il corrispondente Giovan Battista Brunori pubblicò su X un contenuto nel quale accostava il giornalista di Al Jazeera Anas Al-Sharif a membri di Hamas.
La vicenda suscitò reazioni tra giornalisti e osservatori. Palestine Action Italia interpreta quell’episodio come un esempio di adesione alla narrazione israeliana nei confronti di Al-Sharif, mentre la questione delle accuse rivolte al giornalista palestinese rimane oggetto di un acceso confronto politico e mediatico.
Anche in questo caso, il punto sollevato dalla petizione è quello della verifica indipendente delle informazioni e della distinzione tra accuse, dichiarazioni delle parti e fatti accertati.
La polemica iniziata a Sanremo
La ricostruzione della petizione torna ancora più indietro, fino all’11 febbraio 2024, quando durante Domenica In Mara Venier lesse in diretta un comunicato dell’allora amministratore delegato Rai Roberto Sergio.
Il testo esprimeva solidarietà a Israele e ricordava gli ostaggi detenuti da Hamas e le vittime del 7 ottobre, dopo l’intervento di Ghali dal palco dell’Ariston sulla situazione palestinese.
La lettura provocò proteste da parte di alcuni spettatori presenti in studio, che contestarono soprattutto l’assenza di un riferimento alle vittime palestinesi di Gaza.
Il ruolo dei social e il caso Monteleone
Nella lista degli episodi citati dai promotori compaiono anche i contenuti pubblicati sui social dal giornalista Rai Antonino Monteleone.
Palestine Action Italia contesta alcune sue pubblicazioni, accusandolo di avere utilizzato toni che minimizzerebbero la qualificazione di genocidio riferita alla situazione di Gaza e di avere ridicolizzato la morte del giornalista palestinese Al-Sharif.
Per i promotori, opinioni e prese di posizione di questo tipo sarebbero incompatibili con il ruolo che dovrebbe svolgere un professionista del servizio pubblico.
Il nodo del termine «genocidio»
Una delle questioni più delicate sollevate dalla campagna riguarda proprio il linguaggio. Palestine Action Italia cita rapporti e prese di posizione di Nazioni Unite, Amnesty International, B’Tselem e dell’International Association of Genocide Scholars (IAGS) per sostenere che esistano autorevoli organizzazioni che hanno utilizzato il termine «genocidio» in relazione alla situazione palestinese.
La Rai, secondo i promotori, continuerebbe invece a evitare sistematicamente questa definizione. La questione non è soltanto terminologica. Stabilire come definire un conflitto, quali categorie utilizzare e quali fonti citare influenza inevitabilmente la percezione che il pubblico sviluppa degli eventi.
La questione della rappresentanza palestinese
Un’altra critica riguarda gli ospiti e le voci presenti nei programmi Rai. Secondo Palestine Action Italia, giornalisti, studiosi e attivisti italo-palestinesi sarebbero raramente presenti nei programmi dedicati al conflitto, mentre avrebbero maggiore spazio esponenti e interlocutori riconducibili alle posizioni sioniste.
Per i promotori, un vero pluralismo dovrebbe garantire la possibilità di ascoltare anche le voci palestinesi, soprattutto quando si discutono direttamente le condizioni della popolazione di Gaza e dei territori occupati.
Il problema, quindi, non sarebbe soltanto cosa raccontare, ma anche chi viene messo nelle condizioni di raccontarlo.
Le critiche alla petizione
La campagna ha incontrato anche una forte opposizione. Nei giorni successivi alla sua pubblicazione, la petizione è stata criticata da associazioni dell’area filoisraeliana, da esponenti politici e da alcune testate giornalistiche, tra cui il Giornale e Libero. Contestazioni sono arrivate anche dal sindacato Unirai-Figec.
Il 10 agosto 2026, USB ha replicato alle critiche definendole un attacco contro chi denuncia quelli che considera comportamenti inaccettabili dell’informazione italiana.
Il sindacato ha sostenuto che il problema non dovrebbe essere ridotto ai singoli giornalisti, ma andrebbe ricondotto a una più ampia «macchina del consenso».
USB ha inoltre richiamato il dato dei 268 giornalisti palestinesi uccisi a Gaza, sostenendo che le reazioni contro la petizione non sarebbero state accompagnate da un’analoga attenzione pubblica per le vittime palestinesi dell’informazione.
Il dissenso dentro il servizio pubblico
Palestine Action Italia sottolinea infine la partecipazione di numerosi lavoratori Rai alle mobilitazioni e agli scioperi in solidarietà con la popolazione palestinese.
Secondo i promotori, questa partecipazione dimostrerebbe che all’interno dell’azienda esiste una parte significativa di lavoratrici e lavoratori che non si riconosce nella linea editoriale contestata.
La campagna interpreta quindi il sostegno alla petizione come espressione di un dissenso presente anche all’interno del servizio pubblico: tecnici, impiegati e giornalisti che, secondo Palestine Action Italia, chiedono una Rai più pluralista e indipendente nel racconto della guerra.
Una questione che riguarda tutti
Al di là delle differenti posizioni politiche sulla guerra, la vicenda pone una domanda centrale sul ruolo dell’informazione pubblica: come può un servizio televisivo raccontare un conflitto così polarizzato mantenendo equilibrio, accuratezza, pluralità delle fonti e indipendenza dalle narrazioni delle parti? È questo il punto sul quale la petizione chiede di aprire una discussione.
Chi vuole approfondire le contestazioni sollevate dai promotori e sostenere direttamente l’iniziativa può leggere il testo completo e firmare la petizione qui:
Una firma, in questo caso, significa sostenere una richiesta di maggiore pluralismo, trasparenza e attenzione alle fonti nel racconto di una delle crisi più drammatiche del nostro tempo.
Alessandro Manna
