Quando la scuola fa paura. Alla mamma

Cronaca di un inserimento scolastico per mano di una mamma che pensava di essere disinvolta, ma invece

Nella piena consapevolezza di essere una mamma tra milioni di mamme che negli anni hanno attraversato affannosamente questa tempesta emozionale altrimenti detta ‘inserimento’, mi provo a raccontare tardivamente quanto agita il mio povero mammesco straziato cuore.

Uno strazio che si rinnova appena dopo poche ore dal fatidico primo giorno, chè, la mia rustica progenie, colei che ho scodellato con dolore e pena e che per un tempo che pareva infinito mi ha succhiato umori, sonno ed energie, non ha versato neanche una lacrima, una che sia una, in mia assenza.

Praticamente non vedeva l’ora di liberarsi di me.

E tale sconveniente disinvoltura non è stata millantata da queste maestre bruttissime con le unghie glitterate chiamate a mentirmi spudoratamente per la quiete mondiale, l’ho verificata -amaramente- di persona.

Saranno state le 9.30 quando si è chiusa la porta alle mie spalle lasciando mia figlia in una stanza piena di bambini mocciolosi con le orecchie forate, e funghi, fragole e castagne penzolanti da ogni dove.

Sono rimasta qualche minuto dietro quell’orrore anodizzato, tanto mò piange.

Dopo una manciata di minuti in cui l’unico suono che proveniva dall’aula era quello di un presunto uccello agonizzante perchè colpito in volo dal cacciatore (ma si può cantare questa roba ai bambini?) mi armo di tutta la disinvoltura di cui sono capace e a piccoli passi mi allontano per raggiungere la segreteria dove un accogliente bidello focomelico mi offre un caffè, no, grazie e comunque la porta lasciatela aperta, che tanto tra qualche minuto chiamerà.

Intorno alle 10 inizia a salirmi un atroce sospetto. Forse l’hanno legata e imbavagliata. O magari è morta, diversamente non si spiega che non invochi la mia presenza accanto a sé.

Raggiungo l’aula- nella quale ho l’obbligo tassativo di non entrare-  e incollo l’orecchio alla porta per cogliere qualcosa, un guaito, almeno. Non paga, prendo un bicchiere di plastica abbandonato su un davanzale e lo metto vicino al muro, così da dissipare ogni dubbio che mò sicuro sento qualche cosa.

Niente, se non sempre quel fatto dell’uccellino e poi uno che si mangia i funghi velenosi e passa la notte in bagno.

Di mia figlia, neanche una sillaba.

Sarà in un angolo a penare, mi dico, e inizio a scorticare con l’unghia la pittura a tempera che decora orrendamente il vetro accanto alla porta. Mi basta qualche centimetro, quanto basta per sbirciare dentro la stanza, ma una signora con un camice blu e le ciabatte mi sgama impedendomi di continuare nell’operazione (che poi stava pittato pure dall’altra parte, quindi comunque sarebbe stato inutile).

Alle 11 raggiungo l’apice della cretinaggine: alzo il telefono al di sopra del vetro e mi metto a scattare foto a cazzo, nella speranza di cogliere qualche brandello di mestizia. Vinta dai miei stessi imbarazzanti limiti mi accuccio su una seggiolina e aspetto, rassegnata, che esca.

Dopo qualche minuto la vedo corrermi incontro, ed è felice, incredibilmente felice. Con le –poche- parole che conosce  prova a raccontarmi le sue ore lontana da me. Non le hanno fatto orrore le canzoncine macabre, né le bambine coi camperos. Le sono piaciute perfino le bidelle con la ricrescita e il maestro Salvatore, che si mette i mocassini sotto al pantalone della tuta.

Mi sembra già un po’ più grande e basta poco per capire che quelle poche ore lontana da me sono le prime di una serie interminabile di ore che la vedranno ogni giorno di più sempre più autoriferita, grande, distante, alla ricerca consapevole del suo posto nel mondo.

E soprattutto che avere ripetuto come un mantra che i ‘figli non sono figli tuoi, ma sono figli della vita stessa’ non è servito ad un emerito cazzo, caro Gibran.

Sarah Galmuzzi

(Foto da antiwarsongs.org-Charlie don’t surf/Maurizio Cattelan)

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