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L’intervento/Eleonora De Majo, alcune considerazioni su Barcellona, sul terrore e sull’Europa che odia

Redazione by Redazione
23 Agosto 2017
in Attualità, Senza categoria
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Alcune considerazioni su Barcellona, sul terrore e sull’Europa che odia.
Quando si parla di terrorismo, così come quando si parla di immigrazione, l’Europa commette sempre lo stesso errore, animato da quell’atavico vizio coloniale che le fa osservare la realtà da un piedistallo che fa ombra su tutto il pianeta meno che su se stessa.
Così come le mappe planetarie dei flussi migratori ci mostrano sempre e sistematicamente che non esiste alcuna “invasione” europea ma che le donne e gli uomini si spostano per scappare da guerre e povertà secondo direttrici che coinvolgono l’intero globo, spesso prediligendo la permanenza entro il continente di provenienza, così se osserviamo la mappa degli attentati terroristici del 2017 scopriamo che su circa 860 attacchi che hanno provocato più di cinquemila vittime civili ed innocenti, solo una piccola parte è avvenuta in Europa, mentre la maggioranza ha riguardato Siria, Iraq,Turchia, Egitto, Burkina Faso, Nigeria, Afghanistan etc.
Se non esistono vite umane di serie a e vite umane di serie b allora è evidente che il terrorismo non è un problema esclusivamente europeo e come tale va affrontato. Questa premessa è necessaria perché ci permette di capire, quando ragioniamo su fatti drammatici come l’attentato di Barcellona, che non esiste e non è mai esistita alcuna civiltà, alcuna formazione magmatica, che sceglie questo modo vigliacco di attaccare una ipotetica opposta civiltà, che sarebbe la nostra.
Non esiste un fronte pre-civile che si scaglia contro la civilizzazione europea per colpirne le più care abitudini: il bar, lo shopping, gli acquisti natalizi, i concerti pop e metal. Non è questo quello che sta accadendo e ha ragione Luciana Castellina ( in un editoriale apparso ieri su Il Manifesto) a sottolineare che finché sarà questa la retorica scelta dai media e dalla politica europea per rispondere agli attentati, continueremo a piangere i morti con la rassegnazione di chi sa di stare vivendo una storia scritta da altre mani. Anche perché di civilizzazione europea le biografie dei ragazzini che scelgono di diventare attentatori sono strapiene.
Piuttosto è evidente che il terrore e il suo odio per gli innocenti, per i passanti, per i non coinvolti, è un’arma orribile della nuova guerra globale. Una guerra in cui l’Europa non può certo sentirsi inconsapevole vittima innocente. Si tratta di un’arma assai spietata, affinatasi durante il novecento e divenuta sistematica dopo il 2001. Un’arma, perfetta per i senza esercito, impari per chiunque provi a combatterla perché chi la usa è sempre disposto a morire per essa. Non esiste apparato repressivo terreno che possa farle fronte. Che deterrente si può usare con chi non ha nessun altro obiettivo che la perdita della propria vita per causare la morte di quante più vite possibile?
Alcuni paesi, soprattutto anglosassoni, dopo gli attentati dei primi anni del duemila hanno scelto i sistemi educativi anti-radicalizzazione. Un potentissimo meccanismo di biocontrollo che finiva per mettere sotto accusa la radicalizzazione politica più che quella religiosa. In Inghilterra in questi anni si sono verificati innumerevoli episodi che hanno riguardato intere famiglie attenzionate dagli apparati di polizia perché magari un insegnante aveva ritenuto pericolosa una parola pronunciata da un suo alunno. Peccato che questa parola potesse a volte essere anche semplicemente “Palestina Libera”. O cose così.
A guardare il Regno Unito oggi, insieme alla Francia il paese maggiormente colpito dalla nuova ondata di attentati, si direbbe che tali dispositivi non hanno funzionato affatto e semmai hanno contributo a produrre quella marginalità e quella esclusione che sono humus perfetto per quella macchina di coinvolgimento, che è innanzitutto una macchina di comunicazione e fascinazione, attraverso cui si auto-reclutano i martiri.
E qui allora emerge il punto centrale, che qualcuno timidamente sottolinea dopo ogni attentato ma la cui verità viene sistematicamente seppellita sotto le enfatiche dichiarazioni di guerra a chi vorrebbe destabilizzare l’Europa, sotto la retorica della chiusura delle frontiere e del contrasto all’immigrazione. Gli attentatori, quasi sempre, hanno come prima lingua quella delle vittime che scelgono. Sono nati e cresciuti nelle città europee che scelgono di attaccare o comunque vicino ad esse. Ascoltano musica rap. Bevono birra. Guardano la Champions.
La religione arriva sempre dopo. Quasi come un pacco spedito da Amazon insieme al kit del fabbricatore di odio. La rete la fa la rete stessa anche se spesso tra gli attentatori ci sono legami di parentela. Ciò che muove il salto di qualità è l’accesso a quell’inesauribile archivio virtuale di miti, storie, leggende e soluzioni da un senso di evidente assenza di inclusione e di marginalità. Fare parte dell’Isis per un giovane delle periferie europee è cosa semplicissima. Non c’è bisogno di alcun addestramento o preparazione miliare nei paesi in cui restano brandelli di territori sotto il controllo dello stato islamico. I foreign fighters non hanno nulla o quasi a che fare con gli attentatori dei camion impazziti sulla folla.
Così come la guerra terrena per la difesa del califfato non ha nulla a che vedere con le motivazioni che spingono a premere il piede sull’acceleratore e fare tutti quei morti. Gli equilibri di potere di questo mondo non interessano i giovanissimi kamikaze. Ha ragione il nonno di uno dei killer di Barcellona, che vive ancora a Mrirt, in Marocco, a dire che suo nipote non è cresciuto in Marocco e che non è nella sua povera cittadina d’origine, dove l’Isis non è mai entrato, che va cercata la genesi di quella furia omicida. E allora dove? Proprio dove è andato a scuola, dove ha vissuto, dove ha dato il primo bacio, dove ha imparato a leggere e a scrivere, dove qualcosa non ha funzionato.
L’isis, quello che esiste davvero a una manciata di chilometri dalla nostra Europa, che riduce le donne yazide in schiavitu’ e uccide e tortura gli “infedeli”, agisce in Europa la sua speciale guerra per procura.  Succhia la propria linfa e gonfia la propria immagine demoniaca grazie alle riserve di odio che abbondano nelle periferie, nelle strade della povertà e dell’esclusione, tra i non-bianchi cittadini a metà di una Europa che è rimasta fermamente coloniale nella distribuzione dei diritti e della ricchezza anche sul suo stesso territorio.
Non c’è giustificazionismo in queste convinzioni ma la presa d’atto che questo esercito di martiri disponibili, molti dei quali poco più che bambini, si produce a casa nostra e solo dopo qualcuno ci appiccica sopra il marchio nero dell’Isis. Prevalentemente direttamente su Twitter.
Il modo ottuso in cui stiamo raccontando questo fenomeno, alimentando la paura bianca con una disarmante guerra all’umanita’ che si combatte sulle frontiere e che nulla ha a che fare con il terrore vero, non potrà che alimentare la spirale e rafforzare solo i fomentatori dell’odio. Qualunque sia il fanatismo che lo muove.
È per questo che la reazione della Barcellona città rifugio che caccia o fascisti dal corteo e ribadisce il proprio spirito accogliente è preziosa e necessaria.

                                                                                           Eleonora De Majo

                                                                                           consigliere comunale di Napoli

 

Tags: barcellonaisismigrantiterrorismo
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