Haiti, gli interessi della élite economica globale dietro il macabro assassinio del presidente Jovenel Moise.

 

Riceviamo e pubblichiamo integralmente

Il 7 luglio scorso il presidente della Repubblica di Haiti è stato barbaramente ucciso da un commando paramilitare. Dopo poco più di un mese dall’efferata esecuzione gli inquirenti brancolano ancor nel buio e la sensazione è che anche quello di Jovenel Moise sia destinato a diventare l’ennesimo omicidio di Stato irrisolto, soprattutto alla luce degli interessi in gioco e delle personalità internazionali che sembrano coinvolte.

   Eppure, se si guarda alla storia di questo piccolo e povero paese caraibico è difficile credere che possa essersi convertito, per una notte, nella location di oscuri intrighi internazionali. Haiti, infatti, è il paese più povero di tutto il continente americano, molto più povero della maggioranza degli stati africani, e dopo il terremoto del 2010, che causò la morte di circa trecentomila persone, è caduto in una crisi economica senza uscita. Dal 2004 la repubblica haitiana è teatro di missioni “umanitarie” dei caschi blu dell’ONU, il cui fine dovrebbe essere quello di stabilizzare il paese, garantire l’ordine o solidarizzare con i milioni di haitiani che vivono in miseria e soffrono le violenze delle numerose bande criminali che infestano tutta la nazione. In pratica, negli ultimi 20 anni, tutti gli eserciti del mondo hanno inviato un proprio contingente ad Haiti senza però riuscire a migliorare minimamente le condizioni di vita della sua popolazione.

   Questa condizione di povertà, per così dire endemica, ha convertito la piccola nazione caraibica in un grande mercato di minori, soprattutto bambini: ogni anno, infatti, sono migliaia quelli che vengono sottratti illegalmente ai propri genitori per essere affidati a facoltose famiglie statunitensi, europee e latinoamericane, o diventato preda della pedopornografia e del traffico di organi. Molti colleghi, anche haitiani, hanno denunciato il coinvolgimento di buona parte delle autorità locali nella tratta di minori. Tra l’altro, fino al 2016, anno dell’elezione del defunto Moise, Haiti si era trasformato in uno delle nazioni in cui più operava la Fondazione di Bill e Melinda Gates: un enorme centro di sperimentazione di nuovi farmaci attraverso massive campagne di vaccinazioni, che, ovviamente, non risparmiavano nemmeno i bambini.

   Tuttavia, nonostante questi foschi presupposi, le prime ipotesi circa l’omicidio di Moise, diffuse dai principali network nazionali ed esteri, hanno escluso qualsiasi intrigo internazionale, relazionandolo con la criminalità locale. Secondo le loro ricostruzioni, l’uccisione del presidente haitiano sarebbe da attribuire ad una potentissima organizzazione paramilitare locale, chiamata G9, il cui capo sarebbe un ex membro della polizia haitiana, un certo Jimmy Cherizier detto “Barbecue”. Tale ricostruzione, però, è apparsa fin da subito affrettata e poco plausibile. In primo luogo perché questo gruppo non ha rivendicato l’attentato contro il presidente Moise, e, poi, perché il capo di questa banda criminale aveva spesso collaborato con i vari governi haitiani, incluso l’ultimo: la G9 gestiva i sussidi statali destinati ai quartieri più poveri di Haiti e molti sono i politici che si sono fatti fotografare con i suoi principali esponenti.

  Forse, per trovare qualche risposta al mistero che circonda l’omicidio del presidente Moise, è opportuno soffermarsi sulla natura di alcuni provvedimenti presi dal suo governo in questi ultimi quattro anni e mezzo: decisioni politiche che sembra minacciassero gli interessi di lobby nazionali ed internazionali. Probabilmente è in quelli che si può trovare qualche risposta ai dubbi che avvolgono questo omicidio di Stato.

  Jovenel Moise aveva assunto la presidenza del suo paese il 7 febbraio 2017, dopo l’ennesimo trionfo alle elezioni del 2016, a loro volta una ripetizione di quelle del 2015, in cui aveva già trionfato, ma l’opposizione “progressista”, spalleggiata dagli osservatori internazionali, non ne aveva accettato il verdetto, avanzando il sospetto di imbrogli. Il ritorno alle urne, comunque, aveva partorito lo stesso verdetto: la vittoria della coalizione di centro-destra che sosteneva Moise. Durante i quattro anni e mezzo del suo governo quest’impresario agricolo di 53 anni si è fatto parecchi nemici, dentro e fuori dal paese. Sebbene tra mille difficoltà ed impedimenti, Moise stava infatti cercando di smantellare il monopolio sui settori nevralgici del paese, come energia, media e finanza di alcune facoltose famiglie haitiane e organizzazioni internazionali.

   Le minacce alla sua incolumità venivano soprattutto dall’esterno, principalmente dagli Stati Uniti. Come accennato già in precedenza, negli ultimi decenni Haiti si era convertito in uno dei paesi più interessati dalle iniziative “filantropiche” portate avanti dalla Fondazione dei coniugi Gates, incluso la sperimentazione di nuovi farmaci. Ebbene, il governo di Moise si era rivelato un ostacolo alle attività di quest’organizzazione nel paese caraibico: in particolare, il presidente haitiano si opponeva alla campagna di vaccinazione massiva contro il Covid-19 promossa dai Gates mediante il progetto COVAX. Questa decisione aveva portato a ritorsioni da parte dell’ONU, a pressioni della UE e a minacce esplicite del governo statunitense: il presidente Biden, infatti, aveva avvertito il collega haitiano che se non avesse cambiato le sue posizioni sui vaccini anti-covid ci sarebbero state gravi ripercussioni in termini di aiuti economici per il suo paese.

   Ma perché Moise non promuoveva la vaccinazione di massa del nuovo farmaco? Il presidente haitiano, saputo dei numerosi effetti avversi dei nuovi vaccini, forse per opportunismo politico, aveva deciso di escludere la popolazione del suo paese, da sempre restia a questo tipo di misure sanitarie, dal programma di vaccinazione appoggiato dall’OMS e portato avanti dalla Fondazione Gates mediante il programma COVAX.

   Ma l’omicidio di Jovenel Moise potrebbe essere relazionato anche con la sua lotta contro la tratta dei minori in atto nel suo paese da decenni. Da quanto trapelato da fonti vicino al suo governo, sembra infatti che il defunto presidente stesse investigando il traffico di bambini haitiani che coinvolgerebbe alcuni membri d’élite economica mondiale. Del resto, Haiti non è nuova a questo tipo di inchieste: il paese caraibico è da decenni nel mirino della magistratura internazionale che si occupa di pedofilia. Nel febbraio del 2018 si è scoperto che alcuni dirigenti dell’OXFAM, organizzazione umanitaria dedita alla lotta alla povertà globale, avevano partecipato a festini sessuali fin dal 2010, anno del terremoto: per circa 8 anni molti membri di questa organizzazione si sono resi responsabili di gravi e reiterati delitti sessuali contro minori. Approfittando della loro posizione di potere e dell’estrema necessità dei sopravvissuti alla catastrofe, alti responsabili di OXFAM finanziavano depravati e sadici festini, noti come “barbecue di carne giovane”, che vedevano coinvolti numerosi bambini. Una volta accertati i fatti, OXFAM è stata espulsa dal paese proprio per volontà del defunto Moise.

  Ma le denunce di abusi sessuali su minori haitiani coinvolgono anche il personale del MINUSTAH, la Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti. Già nel 2004 c’erano state denunce di violenze contro 121 membri di questa missione “umanitaria”. Il 20 luglio del 2011, poi, un giovane haitiano di nome Johny Jean ha denunciato di essere stato reiteratamente vittima di abusi sessuali da parte di sei caschi blu dell’ONU appartenenti al contingente uruguaiano, cinque dei quali sono stati condannati alla prigione. L’anno successivo è stata la volta di due soldati pakistani, condannati per lo stesso reato: violenze ai danni di minori. Infine, un’inchiesta giornalistica della rivista indipendente Associated Press relativa alla missione dell’ONU negli anni 2004 – 2017 ha portato alla luce più di duemila denunce per abusi sessuali contro caschi blu e altro personale della missione. Da questa indagine è emerso che nei tredici anni di attività di MINUSTAH si era formata una vera e propria rete di pedofilia gestita dai caschi blu dell’ONU. Nel marzo 2018, ad un anno dalla sua elezione, il governo di Moise ha accusato pubblicamente la missione MINUSTAH di ingerenza nelle questioni di politica interna e l’ha espulsa dal paese. Da allora Haiti ha iniziato a rifiutare buona parte degli aiuti economici proveniente dall’ONU e dagli organismi ad esso affiliati.

   Tra questi la Fondazione Clinton è quella su cui si annidano i maggiori sospetti di corruzione ed ingerenza nell’economia e nella politica haitiane. Dopo la nomina di Hillary Clinton a Segretario di Stato del governo statunitense (2009), suo marito Bill fu scelto come inviato speciale dell’ONU ad Haiti. Quindi, in seguito al terremoto del 2010, insieme al primo ministro haitiano di quegli anni, Jean-Max Bellerive, l’ex titolare della Casa Bianca si è convertito in co-presidente della commissione interina per la ricostruzione del paese caraibico. Ma da più fonti giornalistiche risulterebbe che non più dell’1% degli aiuti stranieri per l’emergenza sia amministrato dal governo o organizzazioni haitiane, ovvero, il 99% dei fondi per la ricostruzione sono gestiti da imprese o ONG straniere, tra le quali spiccherebbe proprio la fondazione dei Clinton.

  Questa organizzazione controlla la gran parte delle milionarie donazioni straniere che giungono nel paese caraibico. Il potere dei Clinton ad Haiti è enorme: nelle due ultime decadi hanno giocato un ruolo cruciale nella politica haitiana influenzando le scelte dei leader nazionali ad ogni tornata elettorale e creando vere e proprie corporazioni. La loro influenza è tale che il quotidiano statunitense Politico Megazine ha definito gli ex inquilini della Casa Bianca come “il re e la regina di Haiti”, e come è facile immaginare, l’opinione del popolo haitiano nei loro confronti non è dei migliori, anzi, si può dire che i Clinton sono considerati dei ladri: rapinatori del denaro haitiano. Il defunto Moise si era fatto eco del malcontento del suo popolo e nel 2017 aveva chiesto al Congresso che avviasse una commissione d’inchiesta che indagasse su eventuali attività illecite di questa e altre organizzazioni internazionali attive nel paese caraibico.

   Alla luce di questi oscuri retroscena e delle personalità coinvolte, gli interrogativi circa i veri mandanti dell’omicidio del presidente Moise appaiono quantomai legittimi, e le ultime informazioni riguardanti le origini dei sicari, fatte trapelare dagli inquirenti, non fanno altro che alimentare ulteriori dubbi. Infatti, dei ventotto membri che componevano il commando che ha assassinato il mandatario haitiano ventisei sono di nazionalità colombiana e solo due, i capi, di origine haitiana ma con passaporto statunitense. E cosa più importante: secondo quanto dichiarato dal portavoce del Pentagono, il tenente colonnello Ken Hoffman, il commando era stato addestrato in strutture delle forze armate nordamericane. A questo punto la tesi secondo cui l’esecuzione del presidente Moise sia stata opera dei suoi antichi alleati locali della G9 appare del tutto infondata.

  Gli indizi, ma anche la storia di Haiti degli ultimi vent’anni, sembrano suggerire piuttosto la pista straniera, più precisamente, quella yankee. Del resto, in questi ultimi due anni di “emergenza sanitaria” globale, ancora più che in passato, sembra una costante, quasi una legge fisica, che qualsiasi politico, o personalità del mondo accademico e finanziario, che si opponga agli interessi delle élite economica statunitense, prima o poi, faccia una tragica morte, e se è vero che a pensar male si fa peccato, è pur vero che ci si prende sempre.

Antonio Sparano

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