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Parole d’autore – “La pelle” di Malaparte, ieri come oggi

Redazione by Redazione
18 Febbraio 2016
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La filosofia del “farsi secco ma nun more” come esempio di umanità dei napoletani, con la testa alta e col sorriso ad una sconfitta, che sconfitta mai non è

“Ma, nonostante l’universale e sincero entusiasmo, non v’era un solo napoletano, in tutta Napoli, che si sentisse un vinto”. Una delle Napoli più belle, esoteriche, umane (“Tutto è fatto di pelle umana”) da leggere resta “La pelle” (1949) di Curzio Malaparte (1898-1957): dall’arrivo degli alleati, passando per i vicoli dei Quartieri, giungendo per l’eruzione del Vesuvio del ’45, e i cadaveri, le furberie, la filosofia del “farsi secco ma nun more” come esempio di umanità, e con la testa alta e col sorriso ad una sconfitta, che sconfitta mai non è. Malaparte ci riporta in una Napoli in bianco e nero, che Loy seppe così bene riprendere nelle sue “Quattro Giornate”. Incombe la “peste” con l’arrivo degli americani:”La peste era scoppiata a Napoli il 1° ottobre 1943, il giorno stesso in cui gli eserciti alleati erano entrati come liberatori in quella sciagurata città […] data memorabile nella storia di Napoli: perché segna l’inizio della liberazione dell’Italia e dell’Europa dall’angoscia, dalla vergogna, e dalle sofferenze della schiavitù e della guerra, e perché proprio in quel giorno scoppiò la terribile peste, che da quell’infelice città si sparse a poco a poco per tutta l’Italia e per tutta l’Europa”. E ancora :”La peste era nella loro pietà, nel loro stesso desiderio di aiutare quello sventurato popolo, di alleviare le sue miserie, di soccorrerlo in quella tremenda sciagura. Il morbo era nella loro stessa mano tesa fraternamente a quel popolo vinto”. Un popolo vinto, che tale, però, non si sentiva. Ed è un viaggio in quella Napoli potrebbe servire oggi. Questa Napoli che si rivede, ancora una volta e non solo dal’43, tra le sue strade lo Stato sotto forma di divisa: è più facile uno schiaffo o un pugno quando non si ha il senso della parola, o del giusto vivere; così questo Stato invia l’esercito per poter tenere a bada il tutto, o per meglio convincersene lui, o per meglio apparire a qualcuno, o per semplice formalità, disimpegno, superficialità, disattenzione. Il problema però forse risiede appunto in quelle dimenticanze come tagli e carenze di fondi che non permettono a talune zone della città il medesimo sviluppo, attenzione istituzionale: facendone al tempo stesso passarelle religiose e allo stesso momento statali. Se a dilagare è il male, è perché è più facile rattopparlo anziché estirparlo. È l’attenzione che manca, o per meglio dire: è quella sbagliata che sussiste. Ora per la criminalità, prima per l’emergenza rifiuti. Lo Stato armato non è lo Stato. L’eventuale immagine di un pallone, che tanto risuona sulle mura della città, è contrastante, se non disdicevole, e diseducante non poco, dinanzi ad un militare con tanto di fucile a tracolla.

“È la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilonia. È la sola città al mondo che non è affondata nell’immane nauifragio della civiltà antica. Napoli è una Pompei che non è mai stata sepolta. Non è una città: è un mondo […] qui a Napoli, i vostri carri armati, i vostri cannoni, le vostre macchine, fanno sorridere. Ferraglia. Ti ricordi, Jack, le parole di quel napoletano che, il giorno del vostro ingresso in Napoli, guardava sfilare per Via Toledo le vostre interminabili colonne di carri armati? Che bella ruggine! […] Non potete capire Napoli, non capirete mai Napoli”.

Ripeto: Che bella ruggine!

 

Vincenzo Perfetti

(Foto www.papalepapale.com)

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