L’ossessione, la sofferenza e la leggenda di un uomo che dedicò tutta la sua vita ai “Reds”: il meraviglioso e impietoso ritratto di David Peace

In qualsiasi modo la tocchi David Peace va sempre a segno. Dopo quel capolavoro de “Il Maledetto United”, storia di Brian Clough e dei quarantaquattro giorni che sconvolsero Leeds, è il turno del monumentale “Red or Dead” che racconta l’epopea di Bill Shankly e del suo Liverpool dei record. Non è un caso se per il romanzo di Peace vengano usate parole come monumentale e epopea perché il lavoro dello scrittore inglese ha tutti i crismi dell’epos e della tragedia. Impressionante la bibliografia e la documentazione dietro la realizzazione di quello che è già diventato un classico. Peace con la vita del tecnico scozzese realizza l’ennesimo capolavoro di narrativa e scrittura. Ma se la storia di Clough è quella di un’ossessione, quella di Shankly è ascrivibile alla causa, quella con la C maiuscola però. Sì, perché Shankly è l’iniziatore della leggenda del Liverpool. Nel 1959 assume la guida della squadra che vivacchia in Seconda Divisione e per quindici anni – impensabile nel calcio di oggi – a Liverpool non si muove foglia senza il suo permesso. Trasforma il club in una leggenda, lancia talenti del calibro di Keegan e soprattutto viene venerato dalla mitica Kop, la curva più affascinante del calcio. Shankly vive per il Liverpool, respira per il Liverpool, morirà per il Liverpool.

Analogie con il “Maledetto United”, poche. Quasi nessuna se si eccettua che anche in questo romanzo il protagonista è un socialista. Più radicale di Clough anche se meno rivoluzionario. Un uomo della working class che prima di farsi calciatore si era spaccato le ossa in miniera, un uomo che dice ai suoi calciatori e ai suoi dirigenti che “bisogna guadagnare il giusto” – fatevi altre due risate pensando a quello che accade oggi nelle sedi di un club – un uomo che in tv si rattrista per i giovani senza lavoro e definisce la disoccupazione come “la cosa più crudele del mondo” mentre sullo sfondo un’Inghilterra sempre più in crisi si mette nelle mani gelide della Thatcher.

“Red or Dead” non è solo calcio. È un sacrificio che fa male. Ho letto online recensioni di gente che ha scritto della “favola” del Liverpool. Cazzate. Questo libro non ha nulla della favola. Perfino le vittorie sono semplici momenti che alleviano una sofferenza cosmica che s’insinua a ogni pagina. Capitolo dopo capitolo. Non è un romanzo scorrevole, né di facile lettura. La prima parte è un susseguirsi di cifre e ripetizioni. Ritiro, allenamenti e partite. Ritiro, allenamenti e partite. Ancora ritiro, allenamenti e partite. E Shankly che trascura affetti e famiglia per riversare la sua vitalità nel club, per inculcare nei suoi giocatori l’etica del lavoro duro. Poi con il ritiro nel 1974 dovuto allo stress comincia un altro romanzo. La seconda vita di Shankly. L’inferno in terra. E qui le pagine di Peace arrivano potenti come degli schiaffi in pieno viso. Scaricato dal club per via della sua figura troppo ingombrante, Bill fatica a trovare il suo posto nel mondo e non riesce a godersi il meritato riposo. La zona disagio cresce d’intensità pagina dopo pagina. Il Liverpool vince. Tanto. Trionfa in Europa mietendo quei successi che a lui sono stati negati. La vita va avanti nonostante il tecnico della leggenda. E la figura di Shankly sullo sfondo sempre più defilata, sempre più triste.

 Gianni Lattaro

 

 

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