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Se la vita fosse una jam session, Arbore si racconta

Redazione by Redazione
10 Gennaio 2016
in Musica e Spettacoli
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Ricordi, incontri, oggetti tra musica, radio, televisione e collezionismo nel libro scritto dall showman e dalla giornalista Lorenza Foschini e presentato al Teatro Diana di Napoli

NAPOLI – “C’è una grande saccheggiatrice di aneddoti e di confessioni. Si chiama Lorenza Foschini, giornalista napoletana della Rai. E’ venuta per un anno, ogni mattina a casa mia a farsi raccontare le cose che voi leggerete nel libro”. Così Renzo Arbore in occasione della presentazione del suo primo lavoro letterario “E se la vita fosse una jam session”, edito da Rizzoli, fatta al Teatro Diana, in un sold out degno dei migliori eventi. L’ecclettico e poliedrico artista con l’eleganza, l’ironia e il fine umorismo che lo caratterizza ha trasformato “l’incontro” in un raffinato quanto divertente one man show, durato circa due ore, stimolato e alimentato dalle intelligenti domande della giornalista, curatrice del volume e protagonistra tra l’altro, della canzone “Vengo dopo il Tg”, e arricchito da “testimonianze” filmate. “Il titolo del libro- ha spiegato Arbore – nasce dalla mia considerazione che nella vita sia privata che professionale in effetti ho fatto una continua jam session di parole, di azioni, di cose, di viaggi, sempre all’insegna dell’’improvvisiamo’, come si fa nella jam session musicale che poi è stata la matrice della mia guida perché ho cominciato con il jazz”. Quindi ha ricordato come è nata e si è radicata in lui quella napoletanità di cui fa fiero. “Mio padre si è laureato in medicina e odontoiatria usufuendo del bidello Leopoldo Segreti che io più tardi avrei incontrato al Cortile del Salvatore, mentre frequentavo la facoltà di Giurisprudenza presso cui mi sono laureato. La famiglia di mia madre si chiamava Cafiero ed era originaria di Meta di Sorrento. A Napoli ho avuto tre periodi in cui ho conosciuto la Napoli “si”, che è la mia, ma anche quella diversa: San Potito, Port’Alba, i vicoli, l’università San Pietro a Majella; Santa Lucia, via Generale Orsini 40, ed è stato un periodo molto duro e triste; piazza Amedeo, Pensione dei Mille. Aveva 150 letti e c’era un campionario umano straordinario, dagli antichi nobili come la contessa Gaetani, il duca di San Donato, figlio di un ex sindaco di Napoli famoso perchè riceveva i clienti ‘ncopp ‘o cantero’, agli studenti e musicisti come me”. Lorenza Foschini gli ha chiesto, poi, del suo incontro con Roberto Murolo e Renato Carosone.

 

“Ho conosciuto Roberto- ha informato- attraverso il mio amico Giacomo Rocca, che mi ha accompagnato oggi qui, nella prima ‘serata’, dopo appena tre quattro giorni che ero in città, e con lui Sergio Bruni, Alberto Continisio, Nunzio Gallo, Eduardo Caliendo e tanti artisti napoletani. Roberto ha codificato al meglio la canzone napoletana d’autore e ha segnato la storia della cultura partenopea. La ‘Napoletana’che lui ha inciso rimane tuttora la più grande antologia di canzoni napoletane d’autore dalle origini ai giorni nostri. Renato, che ho conosciuto a Roma nella seconda parte della mia vita, mi ha insegnato a mescolare la napoletanità con i ritmi di tutto il mondo. E’ stato il primo a mettere nella sua musica il bajont, il rock, il cha cha cha”. Di Murolo ha raccontato di simpatici scherzi come quello dell’incidente occorso al portone della casa del suo amico Giacomo Rocca. “Una sera si era bruciato il portone della casa di Giacomo. Suo padre, che era molto spiritoso, disse a Roberto che un topo si era mangiato un pezzo di portone. Roberto replicò: ‘Ma come un topo se pò mangià nu pezzo ‘e portone?”. Arrivò un signore che veniva da Sorrento e disse: ‘Roberto, si un topo s’è magnato ‘o purtone. A me na zoccola se magnato n’appartemento’. Ha informato ancora che nell’ultimo periodo gli ricordava le canzoni attraverso una tecnica “che avevo importato da un magistrato napoletano, mio carissimo amico, Italo Ormanni: l’interrogatorio sulle parole delle canzoni”. Al ricordo è seguita la proiezione dell'”Interrogatorio” di Murolo sulla canzone “Un accordo in fa” di Cioffi Pisano. Su invito della giornalista Arbore ha parlato del suo incontro con gli americani al locale a Calata San Marco. “Era un’isola d’America, dove facevamo musica americana. Tra gli amici, per tutti, ricordo Antonio Guarino e i fratelli Bruno ed Ermanno Rotoli. Mi accorgevo che gli americani non erano quelli dipinti dalla retorica dell’epoca, che mi dava fastidio, ma gentili, civili e generosi. Il mio americanismo si rinforzava sempre di più e la mia più grande soddisfazione era quando io e Gerardo Gargiulo andavamo a cinema e la cassiera non ci diceva due biglietti ma two tickets”. Quindi il ricordo del night che parte da Carosone, “il mito del tempo alla pari di Ray Charles”. “Il nostro gruppo si chiamava i FourFor Gentleman. E quante male parole abbiamo imparato in quel periodo! Al Number two di Capri si lavorava della dieci alle quattro di notte senza cambio e dovevamo conoscere l’intero repertorio in voga in quel periodo. Si finiva con Brigitte Bardot Bardot che era la samba dell’epoca che scatenava tutto e tutti. Poi andavamo a riposarci al baretto vicino alla funicolare e lì nacque la ‘conversazione disutile’, la trisavola di Quelli della notte. Per ingannare il tempo, dopo aver parlato delle donne che avevamo visto e che cosa avremmo fatto se fossero state nostre -‘a chella ‘a facesse, a chell’ata…’-, e le vicende dello zio di Peppino Di capri che con il bicchiere in testa animava la serata, nasceva una conversazione che non approdava a niente del tipo: è meglio Cortina, no meglio il mare perché ti pulisce e così via. Ci siamo fatti il conto con Gigi Proietti che adesso siamo rimasti in sei che abbiamo fatto il night: Gino Paoli, Mina, Fred Bongusto, Peppino Di Capri, il giovanissimo Gigi Proietti e il giovanissimo Renzo Arbore che ero io. Poi il night è stato dimenticato”. Divertente e di estrema attualità il racconto sulla sua assunzione alla Rai. “Mio padre mi disse: ‘Abbiamo fatto dei tentativi, siamo andati perfino in chiesa con Ettore Bernabei, direttore generale della Rai, e la suocera, alla Madonna dell’Incoronata a Foggia. C’era benevolenza, ma niente di più. Allora mio padre mi disse: ci resta il Banco di Napoli, la Flotta Lauro o l’avvocato a Foggia. Andando a Roma per l’ultima volta , una signorina meravigliosa Vittoria, che vive ancora e lavorava a via del Babbuino 9, mi disse: ‘Giovanotto lei ha fatto delle domande. Una scade oggi ed è per maestro programmatore di musica leggera, che è chi sceglie i dischi alla radio’. Andai a casa del mio amico Armando Romeo (cantante chitarrista autore di Malatia e Zingarella, ndr), mi feci prestare la sua Olivetti e compilai la domanda. Mi arrivò in seguito un telegramma di convocazione alla Rai e lì conobbi Gianni Boncompagni con il quale nacque un sodalizio di malefatte radiofoniche e televisive”. Alla domanda su come è Boncompagni, Arbore ha risposto: «è molto intelligente e furbo come i toscani, soprattutto i fiorentini e gli aretini, ma pigro e sfaticato. Capì che ero adatto a lavorare più di lui e mi disse: ‘Facciamo un programma insieme’. Ci inventammo Bandiera gialla. Quindi io feci per Voi giovani, Gianni Chiamate Roma 3131. Nel 1968 tornammo insieme e decidemmo di fare un programma di evasione. Lo volevamo chiamare Musica e puttanate, ma il direttore della Rai bocciò il titolo. Ci scoprimmo allora una vena umoristica e improvvisativa e da li è nato Alto gradimento con personaggi quali Patroclo, il colonnello Buttiglione, il pastore (quello de “li pecuri”)”. Risate a crepapelle del pubblico quando Arbore ha spiegato la genesi di questi personaggi.

 

Ancora un filmato con Lino Banfi e Michele Mirabella su Il caso Sanremo “che finiva a pesci in faccia”. Quindi l’incontro con Luciano De Crescenzo. “L’ho conosciuto a Roma- ha informato l’artista – Abbiamo scritto insieme Il Papocchio, FFSS che mi hai portato a fare a Posillipo se non mi vuoi più bene. Abbiamo fatto scherzi, raccontati nel libro, come quello Nessuno veda la madonna che facevamo a Capri sulla barca di Luciano “‘O fatto a posta”, quando andavamo a fare il bagno a cala del Rio e quello sul comandante Cafiero che aveva comprato la barca di Luciano. Nel libro ho anche raccontato l’episodio di Luciano che va a prendere un ‘caffè’ e quello che riguarda lui e la madre in ascensore”. Dopo il filmato sullo scketh “i palloncini” con Lino Banfi, Arbore ha parlato dell’Orchestra Italiana. “E’nata 26 anni fa. E’ composta da 16 elementi di cui 13 napoletani. E’ la più antica tuttora esistente. A febbraio riprenderemo il tour toccando le città del Nord Italia. Sono seguiti il filmato dell’Orchestra Italiana nel mondo e il filmati di ‘Quelli dello swing’ girato nella mostra delle sue ‘cianfrusaglies’ aperta al pubblico il 19 dicembre scorso negli spazi espositivi della Pelanda al Macro di Testaccio.

Mimmo Sica

(Foto Libreria Raffaello/Fb)

Tags: librolorenza foschinirenzo arbore
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