Lacrime napulitane diventa favola noir, applausi al San Ferdinando

Antonio Latella riporta in scena dopo tre anni “C’è del pianto in queste lacrime”

NAPOLI – Antonio Latella riporta in scena al San Ferdinando dopo tre anni, “C’è del pianto in queste lacrime” e bissa il successo del debutto al Napoli Teatro Festival del 2012. Lo spettacolo è una originale e a tratti inquietante rilettura della sceneggiata napoletana nella quale si intrecciano simbolismi, metafore e allegorie. Lo spettatore entra in platea a sipario aperto. Sul proscenio una struttura metallica, un recinto nel quale entra un personaggio con artigli taglienti. Riecheggia “Edward mani di forbice” di Tim Burton, l’essere umano artificiale che, nel film, il suo inventore non completò perché morì per un infarto. Sulla scena, è l'”incompiuto” di suo padre Gennaro. E’ l’io parlante, Giovannino e, poi, sua sorella Assuntella. “Jesce sole, Jesce sole, appiccia  sta iurnata e tutt’a memoria da vita mia”. Con questa invocazione, come un burattinaio, tira le fila dei personaggi che compongono la sua famiglia, dando inizio a una “sceneggiata” che, come hanno detto gli autori della drammaturgia Antonio Latella e Linda Dalisi, “ci offre l’occasione di un confronto diretto con la nostra tradizione e con le nostre radici. Se la sceneggiata è un genere considerato morto, sicuramente non è nostra intenzione resuscitarlo né nobilitarlo. L’intenzione è piuttosto quella di analizzare dall’interno qualcosa che è nel nostro Dna”.

 

La storia si ispira a “Lacrime napulitane”. Gennaro fa il pendolare tra Napoli e Milano e sua moglie Assunta intreccia una relazione con il compare, il camorrista Salvatore che le invia una struggente lettera d’amore. Gennaro  al suo rientro a Napoli per fare visita alla figlioletta ammalata, Assuntella, viene a conoscenza della tresca. E’ il prodromo della tragedia che avrà un epilogo cruento, ma diverso da quello  scontato. La favola raccontata ha i colori e i toni di un noir che si sviluppa in un’atmosfera surreale. I personaggi non sono esseri umani, ma insetti. Si muovono, come spinti da una forza irrazionale, in un cunicolo buio, dal soffitto basso senza via di uscita o di salvezza che li costringe a stare con le spalle ricurve. Ripetono con insistenza tormentosa battute e gesti: schegge impazzite come il virus che, all’interno di una piaga, distrugge e divora. Cercano una risposta , ma non la trovano. “Napoli piange la sua malattia attraverso la ripetizione e la reiterazione di atti e parole svuotati dalla loro radice, mentre da quel corpo nascosto entrano ed escono le cose solo se portate dallo scorrere continuo di un irreale paniere, simbolo dell’identità, della storia, della famiglia (o della creatura) che ne governa la discesa o la salita. Il ricordo degli eventi passati diventa presagio della fine, paradosso di una città che ritorna sempre sui propri errori ed orrori” hanno detto gli autori. E’ la Napoli che “chiagne e fotte, chagne e fotte”, come ripete una voce femminile fuori campo.

 

Molto forte la scena delle “mosche” che si nutrono di escrementi attratte dal “parfum de merde”. Di grande effetto l’epilogo dello scontro tra isso e ‘o malamente. Struggente l’interpretazione di “Lacreme napulitane” da parte di Gennaro. Altrettanto belle quelle di “Chiove”, ” Addo sta Zaza”, “Comme facette mammeta”. Inquietante la rappresentazione finale del presepe con Osama Bin Laden che è uno dei Re Magi. Magistrale l’analisi dei singoli personaggi della sceneggiata napoletana fatta da Latella e la loro ricostruzione. Maiuscola l’interpretazione degli attori/cantanti: Emilio Vacca (Assuntulella), Michelangelo Dalisi (Amalia), Leandro Amato (Gennaro), Lino Musella (Alfonso), Alessandra Borgia (Assunta), Michele Andrei (Vincenzo), Francesca De Nicolais (Maria), Valentina Acca (Gelsomina), Francesco Villano (Salvatore), Candida Nieri (Olimpia), Paola Senatore (Zezè). Belle le scene e costumi di Simone Mannino e Simona D’Amico, le musiche di Franco Visioli e le luci. di Simone De Angelis. Un’ultima considerazione. Quale è il rapporto  di Latella con Napoli? E’ quello che emerge dalla risposta che ha dato alla domanda fattagli il 6 giugno al Napoli Est Teatro con cui gli si chiedeva se è meglio andare via da Napoli oppure no: “Se senti che la città ha qualcosa da darti e trovi una scuola che ti possa formare resta pure. Altrimenti, cerca altrove. Per me la mia città non sarà più la mia culla, né il luogo dove trovare la pace dei sensi”. Oppure quello che si evince dalla risposta data alla domanda, contenuta nell’intervista rilascita al Corriere del mezzogiornoi alla viglia dello spettacolo, (con cui gli si chiedeva se il suo fosse “un nuovo appello eduardiano a fuggire dalla città”)? “No, il mio non è un ‘fujtevenne’, chi fugge non si volta indietro, ma piuttosto un ‘andate’, che invece contiene in sé anche la possibilità di un ritorno”.

Mimmo Sica

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