La fine di Donna Lionora strappa applausi a scena aperta

Al Ridotto del Mercadante l’ultimo allestimento del trittico ispirato al Resto di Niente, il celebre romanzo storico di Enzo Striano

Applausi prolungati e meritati per “Fine di Donna Lionora” rappresentato al Ridotto del Mercadante giovedì scorso e in replica fino al 15 aprile. E’ l’ultimo allestimento, di cui Alessandra Cutolo ha firmato la regia, del trittico ispirato al celebre romanzo storico del 1986 di Enzo Striano, Il resto di niente, sulla vita di Eleonora de Fonseca Pimentel all’epoca della Rivoluzione Napoletana del 1799, con drammaturgia di Maurizio Braucci. In scena, come nel precedente Sviluppo di Donna Lionor, Teresa Saponangelo, accompagnata da Vincenzo Nemolato. Con loro recitano Flora Faliti e Anna Patierno del laboratorio “Piazza bella piazza” del Quartiere Forcella, lo storico progetto teatrale delle donne-attrici nato nel 2006 al Teatro Trianon diretto da Marina Rippa. Fine di Donna Lionora è l’ultimo atto della rivoluzione napoletana del 1799. E’ il racconto della morte della donna che l’ha rappresentata. Ma anche del naufragio di un’utopia, la fine del sogno di abolire i privilegi di una parte della città. Il sogno di accorciare la distanza tra lazzari e giacobini, ignoranti e colti, selvaggi ed educati. Lo sforzo di portare in città l’enorme potenziale di modernità che il secolo dei lumi aveva diffuso in Europa. Il tentativo di comunicare coi lazzari recalcitranti e d’imporre loro una visione del mondo. Ma anche la fine del Monitore Napoletano, il giornale che avrebbe voluto educare il popolo.

 

Cosa resta oggi di quest’utopia? Il resto di niente? O forse alcune delle questioni centrali della città sono le stesse di allora? La parola di Enzo Striano, nell’adattamento drammaturgo di Maurizio Braucci, si integra con quella di Vincenzo Cuoco, giacobino sopravvissuto alla sconfitta, addolorato nel raccontare il sacrificio della sua generazione e teso nello sforzo di “giovare ai posteri”. Segnaliamo quattro momenti particolarmente significativi. L’ultimo atto del “Monitore” che muore al numero 35 del 20 di pratile, quando i ragazzini della tipografia portano a casa di Donna Lionora i pacchi del giornale e le dicono: “Signo’, né ieri né stamattina è venuto nisciuno a ritirà li pacchi. Don Salvatore ha detto de li porta’ a la casa vostra”. L’illusione della donna di avere salva la vita quando viene imbarcata su una nave in rotta per Toledo, dopo poco vanificata perché viene fatta scendere e ricondotta alla Vicaria. Il processo sommario fatto dal famigerato Speciale con  la redingote nera e il codino. Quando Eleonora manda un piccolo bacio al condannato a morte Domenico Cirillo, il “giudice” esclama: “Che so’ ste fetenzie! Davanti a noi! Questo è un luogo sacro della Legge, non uno dei bordelli in cui avete trasformato Napoli! Che dissoluzione! Non ve mettite scuorno? Puh, via da davanti a me, mi disgustate. Pena di Morte”. Infine l’impiccagione. Dice Striano: «Vacilla. Mastro Donato il boia la sorregge, poi la spinge, con delicatezza. Le tiene una mano per farla salire sopra lo scaletto. Prima di dare il calcio la guarda, con occhio serio, un po’ aggrondato”. Le scene e i costumi sono di Marta Crisolini Malatesta; le luci di Gigi Saccomandi; la produzione del Teatro Stabile di Napoli.

Mimmo Sica

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