Gli innamorati di Goldoni chiudono il sipario sul cartellone del Mercadante

Battibecchi in una giovane coppia con lieto fine

Con “Gli Innamorati” di Carlo Goldoni, con drammaturgia di Vitaliano Trevisan e la regia di Andrée Ruth Shammah, cala il sipario sul cartellone 2015/2016 del Mercadante. In scena i bravi Marina Rocco nei panni di Eugenia e Matteo De Blasio in quelli di Fulgenzio. Con loro, con pari bravura, recitano Roberto Laureri, Elena Lietti, Alberto Mancioppi, Silvia Giulia Mendola, Umberto Petranca, Andrea Soffiantini. E’ la storia di due giovani amanti che battibeccano in continuo. Lui è un borghese più che benestante. Lei, ragazza di buon cuore e sincera, è l’erede di una famiglia finita in rovina. La loro relazione è tormentata, a causa dell’impulsività di lui e, soprattutto, della gelosia di lei. Per esempio, Eugenia non sopporta che Fulgenzio frequenti la cognata Clorinda, anche se è obbligato (suo fratello è infatti a Genova per lavoro, perciò deve servirla finché l’uomo non torna). I due così si dividono spesso, ma altrettanto spesso ritornano assieme.

 

Alla fine, tutto va come deve andare e i due convolano a nozze. Emblematico l’interrogativo che si pone Ridolfo: “Possibile che abbiano sempre a fare questa vita? Si amano, o non si amano?” e l’affermazione di Flamminia: “Sono innamoratissimi, ma sono tutti e due puntigliosi. Mia sorella è sofistica. Fulgenzio è caldo, intollerante, subitaneo. Insomma si potrebbe fare sopra di loro la più bella commedia di tutto il mondo”. “Gli innamorati”, che il commediografo veneziano scrisse nel 1759 a Bologna, di ritorno a Venezia da un viaggio a Roma, offre due spunti di riflessione. Il primo è la consapevolezza che sovente si ha paura di amare e di essere amati con la conseguente ricerca di continue conferme. Il secondo è l’attenzione sulla gelosia che, generando equivoci, è oggi tra le prime cause del femminicidio. Questi temi, di estrema attualità in un contesto sociale dove romanticismo e cinismo sono le due facce di una stessa medaglia, sono stati trattati con ironia e leggerezza grazie alla sapiente regia di Andrée Ruth Shammah.

 

Ha messo i suoi attori “al centro di una scena vuota, uno spazio teatrale creato da Fercioni con due appendiabiti a vista e due sedie d’epoca rovesciate e un fondale appena accennato, dove personaggi e attori, tutti in bianco, sono presenti sempre in doppia personalità, vivendo e recitando due compiti che si intersecano da sempre, soprattutto negli affetti, guardano e si guardano”. Meritati gli applausi del pubblico del neo Teatro Nazionale. Le scene e i costumi sono di Gian Maurizio Fercioni. Le luci di Gigi Saccomandi. Le musiche di Michele Tadin. La collaborazione a scene e costumi di Angela Alfano. La produzione è del Teatro Franco Parenti di Milano. Lo spettacolo sarà rappresentato fino a domenica 8 maggio.

Mimmo Sica

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