Il pubblico decreta il successo per il concerto napoletano del cantante britannico

NAPOLI – A distanza di poco meno di un anno dai due concerti sold-out del 13 e del 14 ottobre 2014 tenuti all’Atlantico di Roma, dopo che il pubblico si era riscaldato sulle note di diversi artisti tra i quali i Ramones, Tina Turner, Charles Aznavour ed i New York Dolls, è salito sul palco del Teatro Augusteo Morrissey (all’anagrafe Steven Patrick Morrissey aka Moz) con al seguito i musicisti che hanno collaborato con lui alla realizzazione dell’ultimo disco World Peace Is None Of Your Business del 2014, musicisti del calibro di Solomon Lee Walker alla bass guitar, di Jesse Tobias alle chitarre, di Boz Boorer alle chitarre, al Q-chord, al clarinetto, al sassofono, di Gustavo Manzur al piano, all’organo, ai sintetizzatori, alla tromba, all’accordion, alla chitarra flamenco, al didgeridoo, al Q-chord, e di Matthew Ira Walzer ai tamburi, alle tubular bells, alle percussioni. Morrissey ha subito rotto il ghiaccio intonando Suedehead a cui sono seguite Alma Matters, Ganglord e Staircase At The University ma dove la voce da crooner decadente di Morrissey veniva alla ribalta con maggiore evidenza era forse in World Peace Is None Of Your Business, probabilmente la canzone più rappresentativa dell’omonimo album, per poi fare un passo indietro con How Soon Is Now?, canzone del repertorio Smiths, con sullo sfondo un’immagine di Bruce Lee e poi fare un passo avanti con la piacevole Kiss Me A Lot. Il viaggio nel tempo è ripreso a ritroso con I’m Throwing My Arms Around Paris, con Boxers, con Reader Meet Author e, soprattutto, con una versione piacevolmente indolente di Everyday Is Like Sunday durante la quale Morrissey dava sfoggio del proprio italiano sostituendo il verso in inglese con “dimmi quando quando quando”. Veniva, poi, la volta di The Bullfighter Dies anticipata da un piccolo gioco di parole con cui Morrissey accostava Spain a pain, il tutto facendo riferimento alla tauromachia e, dopo una versione fin troppo lunga di You Have Killed Me (con un filmato relativo a violenze perpetrate dalle forze dell’ordine straniere) ed una versione fin troppo lunga di Meat Is Murder (collegata a cruente immagini che hanno turbato non pochi spettatori), si passava a Yes, I am Blind per poi proseguire con I Will See You In Far – Off Places e, infine, Morrissey concludeva con What She Said/Rubber Ring.
Infine, attesissimo, arrivava il bis che rappresentava il culmine del concerto con una versione a dir poco roboante di The Queen Is Dead con tanto di Queen Elizabeth che sollevava il dito medio di entrambe le mani, il tutto mentre Morrissey si dilettava nel lancio di una maglietta della SSC Napoli con numero 59 e nome Morrissey stampati sulla schiena verso il pubblico in delirio decretando la fine del concerto dopo un’ora e quarantacinque minuti di musica, poesia, spettacolo.
Se è vero che rimane grave il fatto che chi ha comprato il biglietto a prezzi altissimi per assistere al concerto in prima fila si è trovato con una massa di gente davanti che ha preteso di seguire il concerto in piedi davanti alla prima fila (pare con il placet dell’entourage di Morrissey), se è vero che nei pezzi marcati Smiths è mancata l’atmosfera che avvolgeva la voce di Morrissey e la chitarra di Johnny Marr è anche vero che Steven Patrick Morrissey è uno dei pochi artisti carismatici che calca ancora i palchi dei teatri e dei palazzetti di tutto il mondo.

Gianfranco Meo

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