Dopo 117 anni la nuova campagna scavo nei Campi Flegrei. La Soprintendenza: solo la collaborazione tra enti ne permetterà il prosieguo che promette altri importanti ritrovamenti

NAPOLI – Devi arrampicarti su una salita fatta di scalini scavati nella roccia piroclastica per raggiungere quelle che furono le terme romane. Il cancello d’ingresso fino a tre anni fa era chiuso con un grosso lucchetto messo da un contadino che ha occupato il terreno, proprietà su cui oggi pende una causa in tribunale per il recupero del prezioso suolo. Tra vasche e mosaici allevava conigli, ignaro della ricchezza sotto i suoi piedi, in una sorta di stratificazione temporale che vuole gli spazi arrogante possesso di chi li recinta. Devi salire con perizia e sacrificio per arrivare in cima al promontorio e scorgere pian piano le antiche rovine, addossate alla parete del monte Spina. Da quassù il panorama che abbraccia la conca di Agnano, lago in età medioevale, nell’area orientale dei Campi flegrei, ti fagocita: sei un nulla che diventa tutto, semplicemente perché ne entri a far parte. Semplicemente perché certe volte, quando la memoria è refrattaria alla misura, attraversare lo spazio e il tempo è un lampo.

 

IL PERCORSO –  Soffioni e sorgenti idrominerali, di cui sono ricche le sue viscere, hanno caratterizzato il posto fin dall’antichità. Il loro uso per scopi terapeutici è conosciuto da sempre, addirittura già in epoca preistorica prima dell’organizzato termalismo greco-romano. È terra di vulcani, questa. Di movimenti tellurici, bradisismi, di fertile lava. Di popoli che l’hanno abitata lasciando storie non concluse, consegnate ai futuri archeologi che ne hanno raccolto i segmenti, dentro quella corda troppo tesa che o suona o si spezza. E qui se il Vesuvio l’ha spezzata, è vero anche che allo stesso tempo è divenuto fatale cantore della vita infranta.

Era il 1887 quando al medico ungherese Giuseppe Schneer venne l’ambiziosa idea di una grande stazione termale sul modello europeo nel bacino di Agnano che diventasse progetto di recupero e rilancio per l’intera zona occidentale di Napoli, proprio negli anni in cui un piano industriale per Bagnoli portava alla costruzione del polo siderurgico dell’Ilva sulla spiaggia di Coroglio. Nel 1898, durante alcuni saggi tecnici, ci si trovò di fronte alle strutture di epoca romana. Le indagini archeologiche vennero pubblicate da Vittorio Macchioro nel 1911, ma da quel momento in poi di questa scoperta se ne perdono i contorni, impantanata nella distrazione collettiva. Bisogna aspettare l’estate del 2015 per l’apertura di un nuovo cantiere sotto la guida dell’archeologo Marco Giglio, ricercatore dell’Università Orientale di Napoli, in collaborazione con Enrico Angelo Stanco della Soprintendenza Archeologia della Campania.

 

LE NUOVE SCOPERTE – Centodiciassette anni di attesa. E alla fine un gruppo di archeologi e speleologi si mettono all’opera. Pazientemente, sotto il sole cocente ed una vegetazione infestante, puliscono, disboscano, rendono accessibile il sito, realizzano un nuovo rilievo topografico, scavano, restaurano. Roba da anima sporche. Di polvere e passione. L’edificio termale di età romana si sviluppava su sette livelli sovrapposti e disposti a terrazze lungo il pendio scosceso, sfruttando il calore naturale che fuoriusciva dal fianco della collina per riscaldare gli ambienti. Qui, a ridosso dell’esedra, è stata rilevata una fase edilizia antecedente all’epoca adrianea, databile alla prima età imperale, a cui risale il pavimento a mosaico a tessere bianche rinvenuto, probabilmente di un corridoio. Le indagini hanno riguardato anche i condotti di alimentazione del calore, purtroppo non completamente esplorati per la pericolosa presenza di anidride carbonica, ma provanti che le stufe delle attuali terme sono alimentate dallo stesso sistema di cui si serviva il complesso antico. Studi e ricerche hanno interessato anche l’altro fronte, quello di epoca ellenistica. In un saggio di scavo la terra ha restituito un frammento a vernice nera con un’iscrizione recante il nome di Igea, la dea della salute e figlia di Asclepio, dio della medicina. Non si esauriva, dunque, tutto nel semplice termalismo, c’era un santuario qui, ai margini di Neapolis tra il IV-III secolo a.C, in prossimità di una fonte benefica. C’era l’uscita alla luce del divino, assimilata all’imperituro scorrere dell’acqua. Un divino che ascolta, dona, cura. E paradossalmente, i segni seduttivi di un’esteriorità dei riti, dell’immergersi, del lavarsi, del purificarsi, proprio qui, si sbarazzano del superfluo per diventare catarsi spirituale, incontro con il senso ultimo del divenire. Forestiero dappertutto. Perché intimo.

 

PASSATO E FUTURO – Una storia lunga, complicata, quella del sito di Agnano. Amara e indelebile la ferita lasciata dagli eventi bellici del secolo scorso. Durante la seconda guerra mondiale le incessanti incursioni aeree degli Alleati, la ritirata dei tedeschi nell’area termale con i carri armati, l’occupazione successiva degli americani e del comando militare francese, portano alla distruzione e alla sparizione di importanti reperti, mai più ritrovati. Successiva ed ingiustificata sarà la vendita all’estero di altri, come il famoso “Ciclo delle Muse”, quattro statue che adesso si trovano in Germania. Soltanto nel 2012 la collaborazione tra Società Terme, proprietaria dei terreni, Università Orientale e Soprintendenza ha messo mano al progetto di nuovi scavi. Non solo. Perché non basta. L’intuito sì è qualcosa che va oltre, più avanti del nostro equipaggiamento mentale, apre la strada, ma talvolta capita che a continuare a cercare non ti rimane il tempo di trovare. Cioè di far mettere radici alla coscienza della cura. Forse l’imperativo adesso è nell’applicazione di quella capacità di conoscenza e tutela tanto emarginata dalle politiche di un Paese che poggia i piedi sulla ricchezza, ma ne è ignaro come il contadino che sopra vi coltiva conigli e intorno mette lucchetti. Se non è dato sapere quanto sia consapevole della sua ignoranza oppure no, di certo la sfida degli archeologi resta quella di continuare a tradurre le storie in parole commestibili a chi non digerisce cultura. Non solo riportare alla luce le vecchie pietre, ma custodirle, difenderle con il racconto. Ad Agnano come in ogni luogo dove abita lo sgangherato canovaccio della nostra storia.

Claudia Procentese

 

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