Dal 2016 aumentano contratti a termine e salari in calo
Sono passati dieci anni dall’introduzione del Jobs Act, la riforma del lavoro firmata nel 2015 dall’allora premier Matteo Renzi. Doveva rendere il mercato del lavoro “più moderno” e flessibile. Ma oggi, secondo un nuovo studio della Cgil e della Fondazione Giuseppe Di Vittorio, il Jobs Act si è rivelato un boomerang: ha aumentato la precarietà, abbassato i salari e contribuito all’esodo dei giovani dal Paese.
Lo studio, intitolato “Precarietà e bassi salari”, è stato presentato in vista del referendum dell’8 e 9 giugno, e il suo verdetto è netto: “Il Jobs Act ha reso la precarietà una condizione strutturale del lavoro in Italia”. Un lavoratore su tre è ormai sotto contratto a termine o part-time, e a farne le spese sono soprattutto i giovani, le donne e – paradossalmente – i più qualificati: i laureati.
Giovani in fuga, cervelli in partenza
Uno dei dati più preoccupanti è proprio l’aumento dell’emigrazione giovanile. Solo nel 2024 sono emigrati dall’Italia 191 mila cittadini, con un balzo del +36,5% rispetto all’anno precedente. Dal 2011 al 2023 hanno lasciato il Paese oltre 550 mila giovani tra i 18 e i 34 anni, e la quota di laureati tra loro è salita fino al 43%.
“Abbiamo investito in formazione, poi li costringiamo a cercare lavoro altrove”, denuncia la Cgil. E chi resta spesso è costretto ad accettare lavori instabili e sottopagati.
Il boom dei contratti a termine (e dei profitti per pochi)
Dal 2016 a oggi, i contratti a tempo determinato e quelli parasubordinati (come apprendistato, somministrazione, intermittenti e stagionali) sono cresciuti in modo esponenziale: 3,7 milioni i primi, 3,1 milioni i secondi solo nel 2024. Ma mentre cresce la flessibilità del lavoro, crollano i salari reali: tra il 2008 e il 2024 gli stipendi in Italia sono diminuiti del 9%, contro un aumento del 14% in Germania e del 5% in Francia.
Salari giù, profitti su
Il paradosso? Mentre i lavoratori stringono la cinghia, le grandi aziende distribuiscono dividendi record. Tra il 2020 e il 2023, secondo i dati di Mediobanca, l’80% degli utili è finito agli azionisti, lasciando solo il 20% alla gestione interna e agli investimenti. Il costo del lavoro, intanto, è sceso del 12% e l’utile netto è salito del 14%. Per la Cgil, è un chiaro segno che i profitti non tornano a beneficio dell’economia reale, ma alimentano solo circuiti finanziari.
Il circolo vizioso: bassi salari, bassi consumi, bassa crescita
Il modello creato dal Jobs Act, secondo la Cgil, ha innescato un loop economico tossico: salari bassi portano a consumi bassi, che a loro volta frenano produttività e crescita. Un’economia che gira a vuoto, mentre i giovani la abbandonano.
Il referendum di giugno si avvicina con una possibile inversione di rotta. Ma intanto, il bilancio di dieci anni di Jobs Act è chiaro: precarietà, salari al ribasso e una generazione che ha perso fiducia nel futuro.

