Stefano Alborino precipitato da 15 metri in un cantiere senza tutele. Chi lo ha messo lì?
Stefano Alborino aveva 47 anni, due figli, una moglie. Era originario di Orta di Atella, nel Casertano. La sua vita si è interrotta di colpo nel primo pomeriggio di oggi, sul selciato di una corte interna di un palazzo a Frattamaggiore, provincia di Napoli. Una caduta nel vuoto da circa quindici metri. Forse un cedimento dell’impalcatura. Un boato, poi il silenzio interrotto solo dalle urla. Quando è arrivato al pronto soccorso del San Giovanni di Dio, era già troppo tardi.

Stefano lavorava in nero. Non aveva un contratto. Non esisteva, per lo Stato. Nessuna copertura, nessun diritto, nessuna garanzia. Perché in Italia, nel 2025, si continua a morire così: ignorati, invisibili, sacrificabili.
E allora sì, adesso pioveranno le dichiarazioni: si invocherà la formazione, la sicurezza, la cultura del lavoro. Ci sarà chi dirà che “non deve più accadere” — frase ormai svuotata da ogni significato. Ma Stefano Alborino stava lavorando fuori da ogni legalità formale. Nessun corso, nessun patentino, nessuna tutela. Era in quel cantiere perché serviva braccia e servivano subito. Ed era lì, come tanti altri, perché per certe imprese il rispetto delle regole è un dettaglio negoziabile, e perché chi ha bisogno accetta tutto pur di portare qualcosa a casa.
Chi dovrebbe vigilare non c’era. Dove sono gli ispettori del lavoro? Quanti cantieri in Campania sono realmente controllati, e con che frequenza? Quanto personale hanno a disposizione? Quanti fondi, quanta autonomia, quanti mezzi?
Il lavoro nero, nel Sud e non solo, è la norma in troppi settori. E quando diventa tragedia, tutto si complica: le testimonianze si fanno vaghe, le versioni contrastanti, le responsabilità si sfaldano come le impalcature marce. I carabinieri indagano, la procura di Napoli Nord ha aperto un fascicolo, la salma è stata sequestrata per l’autopsia. Ma la verità più dura è già chiara: Stefano Alborino non doveva essere lì, almeno non in quelle condizioni.
Questa non è solo cronaca, è la denuncia di un sistema che tollera l’illegalità quotidiana finché non sfocia nell’irreparabile. È tempo di smettere di parlare di “fatalità”. Serve una repressione severa e visibile del lavoro nero, serve una rivoluzione vera nella cultura della sicurezza, e serve che chi non rispetta la vita altrui smetta di fare impresa.
Stefano non tornerà. Ma il minimo che possiamo fare è rifiutarci di dimenticarlo.
Alma
