Villaggi vacanze in Campania, l’altra faccia del divertimento: sfruttamento e lavoro nero

Gli animatori percepiscono salari mensili che non superano i quattrocento euro. Di contratti neanche l’ombra. Molto diffuse le false collaborazioni e partite Iva. E spesso i precari sono costretti a pagare un contributo spese per vitto e alloggio

Nei villaggi turistici della Campania sono diffusi i casi di sfruttamento e di ‘nuovo schiavismo’. Mancate retribuzioni, lavoro in nero, contratti part time che si trasformano in giornate full sono i casi più comuni segnalati ai sindacati. E sono tante le storie che non sfociano in denunce. Gli ‘animatori’ dei villaggi turistici percepiscono salari mensili che non superano i quattrocento euro. Contratti di lavoro? Neanche l’ombra. Molto diffusi i falsi contratti di collaborazione e le false partite Iva. I giovani precari, spesso, sono definiti collaboratori occasionali. Sulla carta sono ‘lavoratori autonomi’ ma nella realtà vengono impiegati secondo modalità lavorative tipicamente subordinate. Orario di lavoro? Indefinito. Trascurate le norme che tutelano la salute e la sicurezza antinfortunistica. Schiavi del duemila che vengono, spesso, snobbati dai sindacati. Sono migliaia i giovani della nostra regione che fanno la fortuna delle grandi multinazionali, aziende che negli ultimi anni hanno visto aumentare il business e i profitti. Sono giovani precari ‘polivalenti’ che devono saper fare diverse cose per intrattenere i vacanzieri. Giovani universitari, diplomati, qualche laureato. Con lo svilupparsi del turismo da villaggio sono diventati sempre più essenziali per le grandi agenzie che organizzano le vacanze. La parola ‘animazione’ sottintende vari profili professionali. Oltre a coloro che intrattengono gli ospiti e organizzano gli spettacoli, ci sono gli istruttori sportivi, le assistenti all’infanzia, gli addetti alle boutique, il personale dei ristoranti e delle cucine. Vengono selezionati da ‘agenzie di animazioni’ attraverso colloqui individuali, di gruppo e corsi di formazione a pagamento. Spesso i precari sono costretti a pagare un contributo spese che può oscillare dalle 200 alle 400 euro per contribuire alle spese di vitto e alloggi. “Il contratto di assunzione va letto con molta attenzione. Meglio non firmarlo se contiene la rinuncia ad un diritto o se non prevede quanto concordato a voce – sottolineano gli uffici legali delle organizzazioni sindacali Cgil, Cisl, Uil e Usb che continuano a raccogliere centinaia di segnalazioni. È importante essere garantiti anche in caso di risoluzione anticipata del contratto. Se si lascia il posto prima della fine della stagione si ha diritto alla retribuzione per il periodo in cui si è lavorato”.

Ciro Crescentini

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