E c’è chi alza la voce contro il genocidio in Palestina, chi rifiuta di accettare la disumanizzazione e il silenzio complice. Chi denuncia la guerra per procura in Ucraina, voluta da potenze che usano i popoli come pedine. Chi capisce che la lotta per la giustizia non ha confini, che diritti, pace e dignità devono valere ovunque. È un’Italia piccola, forse, ma vera. E storicamente, sono proprio le minoranze determinate che fanno la differenza.
Il quorum non è stato raggiunto. Solo il 30% si è recato alle urne per i cinque referendum sul lavoro, i diritti, la dignità. Un segnale chiaro, che va ben oltre l’apatia: è rassegnazione, è sfiducia, è l’idea che tanto nulla cambi.
Molti oggi ricordano i grandi numeri del referendum sul divorzio del 1974. Ma quella era un’altra epoca. E a dire il vero, l’Italia non è mai stata davvero un Paese progressista. Nemmeno allora. Anche negli anni della contestazione, c’era una maggioranza silenziosa, conservatrice, spaventata dal cambiamento.
E poi è arrivato il liberismo, con la sua subcultura tossica. Il berlusconismo, il renzismo, la retorica del “ce la fai se sei bravo”. Così sono stati smantellati i diritti collettivi, umiliati i salariati, ridicolizzati i sindacati, idolatrata la partita IVA come unica salvezza.
Nel frattempo, le illegalità di massa (evasione fiscale, lauree comprate, carriere costruite sullo sponsor giusto) sono diventate normalità. Anzi: scorciatoie per il successo.
E diciamolo: una parte del Paese se ne frega di lottare per i diritti. Perché un lavoro stabile, una carriera ricca, promozioni, appalti e consulenze li ha ottenuti grazie al politicante di turno, al familismo, alla spintarella, alla fedeltà al sistema. Per molti, il clientelismo è ancora la regola.
Un altro grave errore è stato criminalizzare il movimento che si è opposto al Green Pass. In tanti, tra lavoratori e lavoratrici, sono stati emarginati, colpevolizzati, persino licenziati perché privi di quello che è stato vissuto da molti come un “passaporto della vergogna”. Non si può predicare libertà e poi colpire chi dissente. È stata una ferita che ha scavato ancora più in profondità il solco tra popolo e istituzioni.
A scendere in strada per i diritti sono rimasti in pochi. I precari, i lavoratori poveri, i dipendenti che vivono solo del loro salario. Gli altri stanno zitti. O si indignano a comando, sui social.
Ma non tutto è perduto. C’è ancora un’Italia che non si arrende, che resiste nei movimenti, nei territori, tra gli studenti, i lavoratori, le donne, chi lotta per il clima e contro le disuguaglianze.
E c’è chi alza la voce contro il genocidio in Palestina, chi rifiuta di accettare la disumanizzazione e il silenzio complice. Chi denuncia la guerra per procura in Ucraina, voluta da potenze che usano i popoli come pedine. Chi capisce che la lotta per la giustizia non ha confini, che diritti, pace e dignità devono valere ovunque. È un’Italia piccola, forse ma vera. E storicamente, sono proprio le minoranze determinate che fanno la differenza.
Io, oggi, sento delusione. Ma anche una rabbia buona. Una rabbia che va trasformata in pensiero, voce, scelta, lotta, protagonismo e antagonismo. Non è finita. Perché finché qualcuno lotta, nessuno è davvero solo.
Ciro Crescentini

