Il tribunale del lavoro stabilisce un risarcimento dopo il caso che ha scosso Marghera
Un licenziamento giudicato eccessivo, una tragedia umana e, solo dopo tempo, il riconoscimento dell’ingiustizia. È la vicenda che ha coinvolto Paolo Michielotto, 55 anni, dipendente da oltre vent’anni nella sede di Marghera di Metro Italia.
L’uomo era stato licenziato per un episodio che aveva provocato un danno economico contenuto, pari a circa 280 euro, maturato durante la sua attività lavorativa. Una decisione che lo aveva profondamente colpito: alla perdita dell’occupazione si era aggiunto un forte senso di vergogna. Dopo appena dieci giorni, l’11 agosto 2024, Michielotto si è tolto la vita nella sua abitazione.
A quasi due anni dai fatti, il giudice del lavoro ha stabilito che quel licenziamento era sproporzionato rispetto alla condotta contestata, condannando l’azienda a risarcire i familiari con 15 mensilità dell’ultima retribuzione.
A commentare la sentenza sono stati Daniele Giordano segretario generale della Cgil Venezia e Andrea Porpiglia della Filcams Cgil, che hanno sottolineato il valore umano e simbolico della decisione: «La sentenza non potrà restituire Paolo ai suoi cari, ed è questo il dolore più grande. Tuttavia ristabilisce la verità sulla sua correttezza, sul suo senso del dovere e sulla sua onestà, che erano stati mortificati da un licenziamento ingiusto».
Il provvedimento di licenziamento era diventato effettivo il 31 luglio 2024. Dopo la tragedia, i familiari avevano deciso di agire per tutelarne la memoria, avviando una causa davanti al giudice Anna Menegazzo.
Michielotto lavorava per l’azienda dal 2000 e si occupava della fornitura di prodotti per il settore della ristorazione. Secondo quanto ricostruito in giudizio, gli era stato contestato di aver inserito, in 14 ordini tra il 10 e il 29 maggio 2024, un prodotto non disponibile per consentire ai clienti di raggiungere la soglia minima di spesa ed evitare così il costo di trasporto.
Il giudice ha riconosciuto il comportamento, ma ne ha ridimensionato la gravità, evidenziando come fosse finalizzato ad agevolare i clienti e non a ottenere vantaggi personali. Inoltre, è stato sottolineato che il lavoratore non aveva precedenti disciplinari e che operava in un contesto in cui erano previste forme di flessibilità commerciale.
Nella sentenza si legge, in sostanza, che il licenziamento non era proporzionato e che sarebbe stata sufficiente una sanzione conservativa.
I rappresentanti sindacali hanno poi aggiunto: «Paolo non potrà vedere questo risultato, ma sentiamo il dovere di ringraziare la sua famiglia, che ha portato avanti questa battaglia con dignità e determinazione. Questa vicenda dimostra che il lavoro non può essere trattato come una merce e che il profitto non può venire prima della dignità delle persone». E hanno concluso: «Resta una ferita profonda, che nessuna sentenza potrà cancellare».
Ciro Crescentini
