Napoli, le “vere Venere” stracciate e sfruttate nei supermercati

Una riflessione dello scrittore e fotoreporter Luca Musella per Il Desk

140 ore mensili. Tre settimane di lavoro, poi una a casa, per non far scattare ricorsi legali. Contratti di somministrazione di sei mesi, rinnovabili, ma sempre attraverso agenzie dello schiavismo che, ogni volta, vanno anche pagate. Un business torbido, fatto di scatole societarie: si lavora con questa ditta, poi con quell’altra ma sempre nello stesso posto. Una malattia, una fragilità, un errore e oplà niente rinnovo, niente lavoro, niente vita. 800 euro, ottocento schifosissimi euro, ma si tira avanti e fa niente se si arriva a 46 anni senza uno straccio di amore registrato all’anagrafe: la maternità è un Diritto negato, ma in mezzo a talmente tanti Diritti negati che lo si dimentica. Un dolore, un senso di vuoto che, come una vertigine, colpisce alle spalle, ma poi va via.

“Non fai in tempo ad abituarti a un ritmo, a un luogo, a una faccia che tutto cambia. Devi ricominciare tutto da zero e persino il bar dove fai colazione è sempre diverso. Ti è simpatico un collega? Non lo vedi mai più.”

Napoli- Esterno giorno- ore 15, 00 – fermata 169. Una donna e un uomo chiacchierano sulla inconsistenza, quasi immateriale, del 169. Attese vane che acquistano il significato filosofico di ogni marginalità: una gabbia al cervello che trasforma in acido il pensiero. Io ho trovato un antidoto per non cadere nelle sabbie mobili del vittimismo da 169: intervisto tutti. Così oggi mi tocca la cassiera del supermercato. È stanca, provata, anche se cerca di nascondere la sua amarezza in una sfrontatezza quasi seduttiva. Certo per essere al lavoro alle 06 si deve pur svegliare un po’ prima. Poi bisogna arrivarci a Via Stadera, dove per i migliori rosé noi trecentomila residenti non esistiamo. Ma si sa, i sinistri rosa confetto disegnano le metropoli del futuro e nel frattempo non hanno forze per occuparsi del presente. Quanto mi piacerebbe incolpare la Meloni di tanto degrado: 30 anni di soft massonerie, di burocrazie assassine, di sindacati confindustriali, di inciuci dei migliori…portano troppe firme, forse anche la mia.

I Nuovi schiavi sono corpi a ore, quasi che la vicinanza di Carcere e Cimitero, trasformi tutti in oggetti smarriti, inutili, intercambiabili. I lager della logistica dove l’Elemento Umano si liquefa, si scompone. La Venere del 169 è l’icona di questa città, della danza immobile di una delle classi dirigenti più inutili e bavose del pianeta. Una schiava, senza futuro e senza presente. Tutti in fila, tutti qui, in un adda passà ‘a nuttat, che però non passa mai. L’angoscia del rinnovo, per cui alle 18,45, con il contratto che scade alle 19,00, non sai se il giorno seguente hai un lavoro, una vita.

In Spagna, a Malaga, guadagnavo 3800 euro al mese. Sono cuoca e ho studiato. Lavori, vero, ma con ritmi giusti e paghe giuste. Qui in un ristorante ti spremono e non riesci ad avere una vita decente. Nostalgia, ma non solo, sono tornata perché la mia migliore amica stava morendo: adesso mi cresco sua figlia e curo la mia mamma. La bambina ha un padre, ma porta il cognome della madre: è una storia triste, forse sconclusionata, ma è la mia storia e va bene così. Lui mi passa qualcosa, quando può, io ho la casa di proprietà, la pensione di mia mamma e questi 800 euro. Certo ho 46 anni, vero, ma non mi sento di tirare i conti, o di lasciarmi andare. Non ho viaggi e nemmeno svaghi: anche al mare, con i miei orari, posso andare solo quando non lavoro. Una settimana a lido mappatella e un tarallo caldo con qualche amico. Ho sbagliato a tornare? Molti miei amici sono fuori e stanno bene a soldi, ma certi legami ti mancano e ti spezzano in due ogni giorno. Io ho mia mamma e la mia bambina, anche se non è la mia bambina: per ora va bene così.”

Cade la pioggia, una pioggia grigia e illogica: la cuoca continua il suo racconto. Ma il mix di soprusi e sbagli fa a pugni con la violenta poesia del suo sguardo: quello di questa città, ferita a morte, violentata a oltranza dai baroni del nulla e, nonostante tutto, ancora maledettamente viva

Foto di Luca Musella

Luca Musella

Condividi sui social network
  • gplus
  • pinterest