Una sentenza che mira a fermare la resistenza contro la precarietà e l’ingiustizia.
Un dirigente di Iskra e un esponente del sindacato Si Cobas, Eduardo Sorge, è stato condannato a sei mesi di reclusione dal Tribunale di Napoli in seguito a un episodio che risale a cinque anni fa. La condanna riguarda un’azione di protesta dei disoccupati del Comitato “7 Novembre“, che avevano fatto irruzione al Consiglio Comunale di Via Verdi per seguire i lavori della giornata, durante i quali si sarebbe dovuto discutere e approvare l’avvio di corsi di formazione per disoccupati. L’iniziativa, che aveva come obiettivo la creazione di opportunità per chi viveva in condizioni di marginalità, fu poi effettivamente approvata e realizzata. Altri tre imputati sono stati assolti.
Durante l’azione di protesta, la delegazione del movimento “Disoccupati 7 Novembre” aveva partecipato al consiglio comunale, in attesa di un incontro già fissato con la presidenza e i capigruppo del consiglio. Tuttavia, le persone addette al controllo degli ingressi affermarono di essere state aggredite dai presenti dopo aver loro impedito l’accesso. Un dettaglio che rende la situazione ancora più assurda è che, nella stessa giornata, la delegazione fu ricevuta dai rappresentanti istituzionali, come previsto.
Questa condanna è solo l’ennesimo attacco contro chi lotta per i diritti sociali e contro le ingiustizie del sistema economico e politico. La situazione attuale, segnata da una crescente tensione internazionale e da conflitti che non accennano a diminuire, sta spingendo chi cerca di tracciare una via d’uscita dalla precarietà e dalla disoccupazione in un angolo. Quella che dovrebbe essere una legittima protesta contro la marginalità sociale e il lavoro nero, diventa invece un bersaglio delle politiche che favoriscono l’esclusione e la miseria.
Le forze politiche oggi al potere, spesso supportate dai sindacati confederali, hanno contribuito a promuovere politiche di sfruttamento e guerre che aggravano le disuguaglianze sociali. La condanna di Eduardo Sorge è solo un passo in più verso la repressione di chi, sui territori e nei posti di lavoro, si oppone a queste politiche. La priorità sembra essere quella di fermare chiunque provi a costruire un’alternativa concreta alla situazione di precarietà che affligge tante persone.
CiCre
