Angelo voleva fare il falegname ma finì sulla mensola di una libreria

Angeli a pezzi: Inchiesta dal basso sul Mercato del Lavoro – IV Puntata

Latte acido, un bianco sporco che cancella palazzi, ovatta i rumori: è la Milano della periferia, dove si capisce di essere a casa solo dalle insegne luminose del negozio vicino. Angelo era un ragazzino egiziano, non si chiamava Angelo e nemmeno Mimmo. Un balordo, pusher di periferia in una Milano bevuta: quel porto senza mare per l’atterraggio di tutte le emigrazioni di ogni tempo.

Prima eravamo noi del Sud ad occupare quegli spazi di vuoto, tra il centro cartolina e i tanti centri della opulenza lombarda, oggi sono loro a galleggiare, o a tentare di farlo, in quel silenzio di luce. Si arriva per caso, per fame, per capriccio e chi non ha equilibrio, rischia di perdersi nel malaffare. Angelo era come un bambino non cresciuto.

Traumi, povertà, vizi e, forse, qualche rotellina contro mano. Ma nulla di aggressivo o pericoloso: solo un rompicoglioni. Una volta gli ho insegnato a scrivere il suo nome, che non era il suo nome, ha continuato a farlo dappertutto. Sui muri, sui tavolini dei bar, sui vestiti. Una ossessione identitaria. Poi, però, fu fermato da una pattuglia dei carabinieri. Un banale controllo: ma un anziano in divisa, forse in un eccesso di dolcezza, gli diede un buffetto. Niente di violento, ma scatenò in Angelo una reazione imprevedibile.

“Ma che vuoi fare da grande?”

“Il falegname”

 “Allora fallo. Sai mio padre era falegname. Ha cresciuto tre figli. Io sono quello venuto peggio: gli altri due sono laureati”

Una breve conversazione che distrusse Angelo: voleva fare il falegname, avere tre figli, di cui uno carabiniere e rigare dritto.  Così il pazzariello pusher di periferia iniziò a prendere sportellate in faccia. Aveva una fidanzata italiana, che subito si innamorò di un altro pusher. Perse il posto letto che aveva fittato a nero. Gli amici gli voltarono le spalle. Niente droga? Niente affetto, niente socialità. Però aveva deciso e rigava dritto: voleva darsi un’opportunità.

Cercò ascolto in alcuni Centri Sociali Occupati, ma anche lì non trovò porte aperte. È che alcune di queste splendide iniziative si trasformano in fortini chiusi e assumono, alla lunga, l’aspetto di ludoteche per non convenzionali.

Così Angelo, senza famiglia, senza amici, senza soldi, senza protezioni, finì su una mensola della libreria del sottoscritto. Vivevo lì e, avendo una casa piccola, non trovai altra soluzione che metterlo sulla mensola. Però una chance la meritava.

Tentava, resisteva, acquisiva forza e pulizia anche nei pensieri. Nulla: i papponi della edilizia lo presero in giro. Lavorava e non lo pagavano. Promettevano e non mantenevano. Così la mia mensola iniziò ad essere la sintesi della sua sconfitta e tornò in Egitto. Ma, era scappato prima del militare e lì dura tre anni ed è durissimo per tutti, figurati per Angelo a cui, rientrato, sarebbe toccato farlo. Poi aveva lasciato una famiglia inesistente e in diaspora nel mondo. Dove tornava?

Da chi? Adesso Angelo non è più Angelo, ma nemmeno Mimmo e, forse, neanche altro.

Luca Musella

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