Pestaggi Santa Maria CV, attacco alla libertà di stampa

 

La Ministra Cartabia ha chiamato il presidente dell’Ordine dei giornalisti, i dirigenti dell’amministrazione penitenziaria chiamano i Prefetti di Napoli e Caserta per “segnalare” alcuni giornali locali. Intanto, emergono altre gravissime responsabilità dei vertici regionali e nazionali dell’amministrazione penitenziaria

Mentre emergono altri particolari sui pestaggi dei detenuti di Santa Maria Capua Vetere e sul comportamento dei dirigenti del penitenziario, i tentativi di insabbiamento e manomissione, la Ministra della Giustizia, Marta Cartabia ha chiamato il presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna dopo la pubblicazione su alcuni giornali locali dei dati personali di tutti gli indagati mentre  addirittura i vertici del Dipartimento amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia e Roberto Tartaglia, preannunciano un esposto al Garante perché sarebbe stata violata la privacy degli indagati con la pubblicazione di volti e nomi di tutte le persone coinvolte. I dirigenti penitenziari avrebbero telefonato ai Prefetti di Napoli e Caserta sostenendo che gli “Eccessi mediatici” generano “grande preoccupazione”.

Un comportamento alquanto singolare e contraddittorio del ministero e dei vertici del Dap, molto solerti nel “segnalare” il lavoro, il legittimo diritto di cronaca esercitati dai giornali e giornalisti indipendenti e poco attivi ad attivare iniziative concrete e  immediate, promuovere ispezioni su quanto stava accadendo nel penitenziario sammaritano nella Primavera del 2020. E non solo. A quanto pare non sarebbero stati notificati provvedimenti disciplinari agli agenti della penitenziaria che organizzarono scioperi, picchettaggi o addirittura proteste sui tetti del carcere, atti di insubordinazione,  quando i carabinieri su ordine della Procura stavano eseguendo perquisizioni e acquisendo documentazioni sulle violenze avvenute in carcere. Invece, a quanto pare gli irresponsabili sarebbero gli operatori dell’informazione che hanno semplicemente svolto il loro mestiere. Forse, ci troviamo di fronte a “tecniche di distrazione” o a un latente tentativo di individuare capri espiatori, condizionare l’informazione per impedire che si legga o si discuta sui gravissimi fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, sulle enormi responsabilità del ministero di Grazia e Giustizia, dei vertici nazionali e regionali dell’amministrazione penitenziaria.

E a proposito di responsabilità e di comportamenti gravissimi, avrebbero provato a manomettere le immagini registrate dalle telecamere di videosorveglianza del carcere, nel tentativo di depistare le indagini ed impedire che gli inquirenti potessero mettere le mani sui video integrali.

Al di là  delle polemiche, lo scopo della manomissione, sostengono gli inquirenti, era proprio quello di giustificare la perquisizione straordinaria del 6 aprile, legandola in modo indissolubile, come fosse una diretta conseguenza, alla protesta dei detenuti del giorno prima. Fu Colucci, scrive il Gip, su mandato di Fullone ad acquisire “indebitamente” il 5 aprile “cinque spezzoni delle videoregistrazioni”. Video che furono mandati attraverso Whatsapp al provveditore e a Massimo Oliva (altro indagato sospeso, ndr) il quale doveva materialmente manomettere il video eliminando l’audio (“mi togli l’audio?”) e cambiando la data e l’ora di creazione, in modo che coincidessero con quanto riportato nella falsa relazione del 6 aprile, quando avvenne il pestaggio. L’inchiesta intanto si allarga e ai 52 soggetti raggiunti dai provvedimenti cautelari emessi lunedì dal Gip Sergio Enea si sono aggiunte altre 25 persone, sospese dal Dap per i pestaggi. Tra loro anche i due vice direttori del carcere e il vice comandante della Polizia penitenziaria.

Oggi sono proseguiti gli interrogatori di garanzia e davanti al Gip si sono presentati in 6. I primi quattro, Giovanni Di Benedetto, Maurizio Soma, Alessio De Simone e Stanislao Fusco, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere e hanno rilasciato dichiarazioni spontanee nelle quali hanno genericamente respinto le accuse. Una strategia già adottata da molti colleghi: sui 30 poliziotti sottoposti finora ad interrogatorio di garanzia, quasi tutti, con qualche eccezione anche di rilievo, relativa per esempio all’ex agente finito in carcere Angelo Bruno, hanno infatti scelto la strada del silenzio. Quando gli avvocati acquisiranno i video interni al carcere, che sono stati decisivi per il riconoscimento degli agenti e l’attribuzione degli addebiti (richiesta già  avanzata nei giorni scorsi) allora la strategia potrà  cambiare.

CiCre

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