Omicidio di Vittorio Materazzo, ergastolo al fratello Luca

“Il delitto della Napoli bene”, secondo l’oleografia delle cronache giudiziarie. Accolta la richiesta della pm Francesca De Renzis

Omicidio di Vittorio Materazzo, ergastolo al fratello Luca (nella foto). Confermate le aggravanti della crudeltà e della premeditazione. Questa la condanna in primo grado, inflitta in serata dalla III sezione della Corte di Assise di Napoli (presidente Giuseppe Provitera), accogliendo la richiesta della pm Francesca De Renzis. Luca Materazzo, 38 anni proprio oggi, era l’unico imputato per l’efferato “delitto della Napoli bene”, secondo l’oleografia delle cronache giudiziarie. Un assassinio consumato il 28 novembre 2016, in viale Maria Cristina di Savoia, sotto casa della vittima.

 

L’ULTIMA INUTILE REVOCA DEL DIFENSORE. Prima della sentenza, stamane va in scena l’ultimo atto di una girandola di revoche e nomine del difensore. Una staffetta approdata all’avvocato numero 16, nominato il 26 aprile dall’imputato. Il penalista Bruno Cervone, avvicendando il difensore d’ufficio Alfonso Maria Avitabile, chiede la proroga dei termini a difesa. Ma l’istanza di rinvio, per studiare gli atti, si infrange sulla linea Maginot della Corte. Il presidente del collegio Giuseppe Provitera concede solo due ore e mezza al legale. Un battito di ciglia, per riordinare le idee, prima dell’arringa finale. Ed era nell’aria, il giro di vite al tourbillon difensivo. Nell’udienza precedente, Provitera aveva prevenuto l’ennesimo ribaltone di Luca Materazzo, fissando ad oggi la camera di consiglio per il verdetto. Una scelta irrinunciabile, mentre la pm Francesca De Renzis denunciava “l’abuso di garanzie difensive” dell’accusato. Oggi, il presidente ne stigmatizza “la tattica dilatoria “, sancendo “la non sussistenza di un diniego del diritto alla difesa attraverso la negazione del rinvio”.

 

Per il collegio, in pratica, Luca Materazzo cerca “di difendersi dal processo e non nel processo”. In condizioni difficili, l’avvocato Cervone si lancia in un’accorata difesa. Chiede l’assoluzione o, almeno, le attenuanti generiche. Prova a seminare dubbi tra i giudici e la giuria popolare, evocando un comune sfondo di minacce per vittima e imputato. Una ricostruzione alternativa, imperniata su debiti da saldare e intimidazioni di un “esattore” ai due fratelli. Il difensore tenta pure di rimescolare le carte sul dna. Racconta, infatti, delle tracce di un terzo uomo sull’arma del delitto, il coltello usato per massacrare Vittorio. E dopo la discussione del legale, l’imputato è autorizzato a rilasciare dichiarazioni spontanee. Luca parla quasi due ore, in una sorta di seconda arringa difensiva. Vuole chiudere lui il sipario sul suo dibattimento. Batte sul tasto della “sovraesposizione mediatica”, lamentando di essere “distrutto dai giornalisti”. Da laureato in legge, si insuperbisce: zittisce due volte il difensore, che voleva sospenderne la deposizione per consultarsi. E sostiene perfino di aver “raso al suolo la credibilità” della pubblica accusa. Ma l’ultima carta da giocare è la paura, per giustificare la fuga in Spagna, dove lo avevano catturato a gennaio 2018. La paura di essere additato come “il mostro”, perché “al supermercato, quando mi vedevano, i clienti scappavano”. Una mossa che non convince i giudici.

Gianmaria Roberti

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