Mentre il Comune coccola i turisti israeliani, la città difende chi subisce le minacce
Duemila persone in piazza. Radunate in meno di 24 ore. Nessun partito, nessuna sigla, solo rabbia, dignità e una solidarietà che non si compra con un tweet istituzionale o con una cena offerta. Piazza Municipio, nel cuore di Napoli, ha urlato forte e chiaro: la città non si fa addomesticare.
La miccia si è accesa alla Taverna Santa Chiara, piccolo ristorante del centro storico dove la titolare, Nives Monda, è finita nell’occhio del ciclone dopo un diverbio con una coppia di turisti israeliani. Da quel momento, la macchina del fango si è messa in moto. Minacce, recensioni false, accuse infamanti – perfino paragoni con Hitler – e, nel frattempo, la giunta comunale ha steso il tappeto rosso ai turisti, tra escursioni, cene gratuite e pubbliche carezze.

Una decisione che ha indignato la città, che ha risposto con una manifestazione spontanea, possente, che ha travolto il silenzio complice delle istituzioni. In piazza c’erano lavoratori, precari, insegnanti, studenti, religiosi, sindacalisti. C’erano Padre Alex Zanotelli, Claudio De Magistris (fratello dell’ex sindaco Luigi), l’ex vicesindaco Tommaso Sodano, la consigliera regionale indipendente Maria Muscarà, i consiglieri comunali Rosario Andreozzi e Sergio D’Angelo, il segretario generale della Cgil Napoli e Campania Nicola Ricci, Giuliana Granata (portavoce di Potere al Popolo), i rappresentanti sindacali di Usb e Sicobas, il presidente della Municipalità San Giovanni-Barra Sandro Fucito, l’ex consigliere regionale Franco Specchio, e molti esponenti della Sinistra Italiana. Un fronte ampio, popolare e politico, compatto nel chiedere rispetto, giustizia e verità.

Perché qui non si parla di turismo o libertà di parola. Qui si parla di Palestina. Di apartheid. Di genocidio. E del diritto, per chi resiste, di non essere zittito o criminalizzato.
La manifestazione ha mostrato la distanza siderale tra le élite istituzionali e la Napoli vera. In piazza c’erano gli stessi volti che da mesi scendono a manifestare contro il massacro a Gaza. Gente che ha visto, con sgomento, l’amministrazione napoletana aprire un dialogo cordiale con una coppia che ha già avuto precedenti simili a Bari, durante una manifestazione per il 25 aprile. Non è un caso isolato. È un modello di comportamento.
I fatti parlano: Gili Moses, la turista israeliana, era già stata protagonista di un’altra discussione accesa in Puglia, accusata di provocare i manifestanti pro-Palestina. La narrazione secondo cui si tratti di una semplice turista di “sinistra” non convince. Perché essere militanti del Partito Laburista israeliano non è affatto una patente di innocenza o di progressismo. Al contrario: i governi laburisti, prima dell’era Netanyahu, hanno bombardato Gaza e consolidato l’occupazione tanto quanto la destra. È un progressismo di facciata, simile a quello dei Democratici statunitensi, che parlano di diritti mentre armano Israele e giustificano l’oppressione.

Non è questione di partiti, è questione di coscienza. La verità è che a Napoli, una città con una lunga storia di lotte, non si può predicare neutralità mentre si cena gratis con chi difende, anche solo a parole, un regime d’apartheid. E non si può criminalizzare una donna – una ristoratrice che ha scelto con coraggio di aderire alla campagna internazionale contro il genocidio – per compiacere due viaggiatori “indignati”.
Il sindaco Manfredi ha annunciato che incontrerà Nives Monda. Bene. Ma è tardi. Il danno è fatto. E la città ha già risposto: non in nostro nome.
Napoli ha scelto. Ha scelto la Palestina. Ha scelto la verità. E non basteranno né le recensioni truccate, né le strette di mano ufficiali a cancellare il messaggio lanciato da Piazza Municipio: contro l’ipocrisia, contro la complicità, contro il silenzio.
E se qualcuno sperava che la Napoli solidale e internazionalista fosse morta, si sbagliava. È viva. E lotta, con dignità, anche per chi ha smesso di farlo.
Ciro Crescentini
