La denuncia del consigliere Esposito accende il dibattito sui controlli pubblici della bonifica.
A Napoli esiste una domanda semplice, quasi banale, che però da settimane rimbalza tra PEC, uffici commissariali e società pubbliche senza trovare una risposta chiara: chi controlla davvero come vengono spesi i soldi della bonifica e della rigenerazione urbana di Bagnoli?
La vicenda nasce da una richiesta formale di accesso agli atti presentata dal consigliere comunale di Napoli Gennaro Esposito, che ha chiesto documentazione dettagliata sulle operazioni nel SIN di Bagnoli-Coroglio: imprese coinvolte, appalti, varianti progettuali, costi aggiuntivi, consulenze, incarichi, cessione dell’area ex Cementir e stato reale dei rapporti contrattuali.
In altre parole: i documenti fondamentali per capire come vengono utilizzati oltre 1 miliardo e 230 milioni di euro di risorse pubbliche. La risposta ricevuta, però, apre un caso politico enorme.
Il Commissario: “Non compete a noi”
La Struttura Commissariale per Bagnoli risponde che i documenti richiesti non rientrano direttamente nelle attività dell’Organo Straordinario di Governo, ma nella competenza del “Soggetto Attuatore”, cioè Invitalia.
Nella nota si legge anche che: “non sussistono poteri di sindacato ispettivo” del consigliere comunale nei confronti dell’Organo Straordinario. Tradotto: il Consiglio Comunale di Napoli non avrebbe strumenti ispettivi diretti verso la struttura commissariale che governa una delle più grandi operazioni urbanistiche e ambientali della città.


Invitalia: “Siamo una Spa”
A quel punto entra in scena Invitalia, società interamente controllata dallo Stato e soggetto attuatore della bonifica. Ed è qui che emerge il vero cortocircuito istituzionale.
Nella risposta inviata al consigliere Esposito, Invitalia sostiene infatti di non essere soggetta ai poteri di accesso riconosciuti ai consiglieri comunali verso gli enti locali, proprio perché società distinta dall’amministrazione comunale.
Ancora più delicato il passaggio in cui alcune informazioni richieste vengono considerate riferibili a rapporti “negoziali” tra soggetti privati e quindi non ostensibili in forma generalizzata. Il risultato finale è sconcertante: il Commissario rinvia a Invitalia, Invitalia si richiama alla propria natura societaria, il consigliere comunale eletto dai cittadini resta senza accesso pieno ai documenti richiesti.


La denuncia di Gennaro Esposito
È su questo punto che interviene duramente il consigliere comunale Gennaro Esposito con una dichiarazione sui social: “col paravento di società pubblica si spende 1 miliardo e 230 milioni di euro, una cifra enorme, e la stessa società pubblica dice che è privata e non deve dare conto ai cittadini del fiume di denaro pubblico che spende. A leggerlo non si crede. C’è qualcosa che non va nel sistema”
Parole che colpiscono perché fotografano il cuore del problema: quando si devono gestire fondi pubblici si agisce come Stato, quando invece vengono chiesti controlli e trasparenza si rivendica la natura privatistica della società.
È il grande paradosso di molte governance commissariali italiane: enormi poteri pubblici, ma controlli democratici sempre più deboli.

Il nodo politico: chi controlla davvero Bagnoli?
La questione non riguarda soltanto cavilli amministrativi o interpretazioni giuridiche. Qui si tocca un tema molto più profondo: la distanza crescente tra gestione straordinaria delle opere pubbliche e controllo democratico degli enti eletti. Bagnoli è Napoli. È territorio cittadino. È ambiente. È urbanistica. È denaro pubblico.
Eppure il Consiglio Comunale sembra restare ai margini delle informazioni strategiche. Non è un dettaglio tecnico. È una questione politica enorme. Perché se un consigliere comunale non riesce ad accedere con facilità a documenti relativi ad appalti, varianti, costi aggiuntivi, incarichi, affidamenti e stime immobiliari, allora la domanda inevitabilmente diventa un’altra: chi esercita davvero il controllo pubblico?
La metafora che fa male
La frase finale usata da Esposito è probabilmente quella destinata a restare: “confermereste un amministratore di condominio che vi tiene nascosti i conti?” Una metafora semplice, ma devastante. Perché traduce una materia complessa in qualcosa che tutti comprendono immediatamente: la fiducia senza trasparenza non esiste.
E quando si parla di oltre un miliardo di euro di soldi pubblici, il diritto dei cittadini a capire come vengono spesi non può trasformarsi in un percorso a ostacoli tra commissari, società partecipate e competenze frammentate.
Ciro Crescentini

