Due operai morti in due giorni, mentre il direttore Giuseppe Cantisano è indagato per corruzione
Un altro operaio morto. Un’altra vita spezzata in un cantiere. Un’altra notizia che rischia di scivolare via nella normalità dell’emergenza permanente.
Aveva 39 anni, era originario di Vibonati, e lavorava in un’area cruciale per le infrastrutture del Paese: i cantieri dell’alta velocità ferroviaria tra Salerno e Reggio Calabria, nei pressi di Sicignano degli Alburni. Era impiegato per una ditta in subappalto che produce blocchi di cemento destinati alle gallerie. Secondo le prime ricostruzioni, è stato colpito alla schiena da una lastra d’acciaio agganciata a una gru, resa instabile dal vento. Un impatto violento, improvviso. Nonostante fosse ancora cosciente all’arrivo dei soccorsi, è morto durante il trasporto verso l’ospedale di Eboli. I carabinieri indagano, la magistratura valuterà. Ma la domanda vera resta sempre la stessa: si poteva evitare?
Non è un caso isolato. È una sequenza. Meno di 48 ore prima, un altro operaio, Ciro Di Martino, è morto schiacciato da una pressa in un’azienda di Bellizzi. Due morti in due giorni nello stesso territorio. Non è fatalità: è sistema.
E mentre si continua a parlare di protocolli, accordi, tavoli tecnici e campagne di sensibilizzazione, la realtà nei cantieri e nelle fabbriche racconta altro: precarietà, subappalti a catena, controlli insufficienti, sicurezza ridotta a formalità. La retorica istituzionale si infrange contro la concretezza della morte.
I dati ufficiali parlano di un calo delle denunce: meno 1,6% secondo l’INAIL a gennaio. Ma quei numeri non raccontano il sommerso. Non raccontano i lavoratori in nero, quelli che non denunciano per paura di perdere tutto. Non raccontano il ricatto quotidiano di chi sceglie tra sicurezza e stipendio. Quel calo, senza contesto, rischia di essere solo una statistica che anestetizza.
Il problema è strutturale. Riguarda il modo in cui il lavoro è organizzato, controllato – o meglio, non controllato – e difeso. Riguarda un sistema ispettivo percepito come lento, burocratico, spesso inefficace. Le segnalazioni esistono, arrivano, ma si scontrano con un meccanismo che finisce per scoraggiare chi prova a denunciare.
Perché oggi denunciare non è un atto semplice. È un percorso a ostacoli. Moduli da compilare, dichiarazioni dettagliate, raccolta di prove, firme, passaggi formali che richiedono tempo, esposizione e spesso anche coraggio. Anche quando le segnalazioni possono essere anonime, il lavoratore sa che entrare in quel circuito significa esporsi, rischiare ritorsioni, perdere il posto. E davanti a questo, molti rinunciano.
E anche quando la denuncia arriva, non è detto che produca effetti concreti. Quante di queste segnalazioni vengono realmente trasformate in sopralluoghi? Quante restano ferme negli uffici? Quante si perdono in un labirinto burocratico che finisce per diluire o neutralizzare l’urgenza?
A questo si aggiunge un altro nodo cruciale, troppo spesso ignorato: quello delle conciliazioni. Negli uffici territoriali dell’Ispettorato del lavoro, una parte consistente delle controversie si chiude con accordi tra lavoratore e datore. Ma in un contesto di forte squilibrio di potere, queste conciliazioni rischiano di diventare compromessi al ribasso. Sanzioni ridotte, vertenze chiuse rapidamente, irregolarità “sanate” senza incidere davvero sulle condizioni di sicurezza. È una gestione che alleggerisce i numeri, ma non risolve i problemi.
E qui il quadro si fa ancora più grave, perché non si parla più solo di inefficienza, ma di un possibile corto circuito interno allo Stato. L’inchiesta che coinvolge Giuseppe Cantisano non è una notizia marginale: è un fatto che colpisce al cuore il sistema dei controlli. Cantisano, alla guida dell’Ispettorato territoriale tra Napoli e Salerno, cioè l’organo deputato a vigilare su sicurezza, legalità e rispetto delle norme nei luoghi di lavoro, è stato interdetto dai pubblici uffici ed è gravemente indiziato, secondo le accuse, di corruzione e di coinvolgimento in un’associazione a delinquere legata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Se queste accuse dovessero trovare conferma, non saremmo davanti a una semplice deviazione individuale, ma a un cedimento strutturale della funzione di controllo. Perché significa che mentre i lavoratori denunciavano — affrontando burocrazia, paura e isolamento — il vertice dell’istituzione chiamata a intervenire sarebbe stato, almeno in parte, impegnato in attività opposte al proprio mandato. Significa minare alla radice la fiducia dei lavoratori, rendere ancora più fragile la già difficile scelta di denunciare.
E allora le domande diventano inevitabili: quante segnalazioni sono state gestite come meri adempimenti formali? Quante conciliazioni hanno chiuso casi che avrebbero richiesto interventi più duri? Quante ispezioni non sono state fatte, o sono arrivate troppo tardi?
Quando il controllore perde credibilità, l’intero impianto di tutela si svuota. E in quel vuoto prosperano sfruttamento, lavoro nero e condizioni insicure.
La verità è che i controlli sono pochi, spesso prevedibili, raramente tempestivi. Le ispezioni non seguono una strategia incisiva, e le violazioni vengono troppo spesso sanate con compromessi. Si parla di sicurezza nei convegni, ma si muore nei cantieri.
Serve un cambio di paradigma. Non bastano più dichiarazioni o protocolli. Servono ispezioni vere, continue, imprevedibili. Serve tutelare chi denuncia. Serve colpire le responsabilità lungo tutta la filiera, dai subappalti alle direzioni dei lavori. Serve chiamare le cose con il loro nome: quando si muore per mancanza di sicurezza, non è incidente. È responsabilità.
E soprattutto, serve rompere l’assuefazione. Perché ogni operaio morto non è un numero, ma il segno evidente di un sistema che continua a fallire.
Ciro Crescentini

