Gruppo Leonardo nell’occhio del ciclone per corruzione e qualche licenziamento anomalo

La Guardia di Finanza setaccia le sedi a Pomigliano d’Arco e Roma

Leonardo, l’azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza, è finita nell’occhio del ciclone per accuse a vario titolo,  riciclaggio, reati fiscali e corruzione tra privati, reato quest’ultimo di cui rispondono dieci dipendenti del gruppo. L’inchiesta è stata aperta dalla Procura della Repubblica di Milano. La Guardia di Finanza ha setacciato le sedi della Leonardo a  Pomigliano d’Arco(Napoli) e Roma.

Al centro della ricostruzione di inquirenti e investigatori c’è una fornitrice di Leonardo, la Trans Part, società di intermediazione nella distribuzione di materiali ed equipaggiamenti destinati ai più diversi settori, da quello militare a quello aerospaziale, dai trasporti fino al petrolchimico. Società con sede a Milano e che vede indagati 4 persone tra manager e dipendenti, i quali, secondo gli accertamenti, in cambio di commesse, ottenute con la rivelazione di informazioni riservate o ‘truccando’ i bandi gara, avrebbero corrisposto ai dipendenti di Leonardo regalie, come buoni benzina o per gli acquisiti in negozi di elettronica e compensi anche sotto forma di contratti di consulenza fittizi: dai 1.500 euro al mese, ai 25/30 mila all’anno, dall’1,5% al 3.5 % di provvigioni sull’aggiudicato.

E non finisce qui. Un onesto dipendente che si occupava di sicurezza sul lavoro e aveva denunciato alcune anomalie negli interventi di bonifica a Casoria, è stato prima oggetto di pretestuosi provvedimenti disciplinari e poi di un assurdo licenziamento. Francamente fa rabbia pensare che nella Leonardo si possa licenziare un dipendente per aver denunciato la verità.

E fa ancora più rabbia il fatto che il dipendente, rivoltosi alla magistratura per raccontare la sua storia e chiedere l’annullamento dell’ingiusto licenziamento, si sia visto rispondere che l’azienda ha fatto bene a licenziarlo.

Ma i magistrati non hanno detto che il licenziamento era giusto perché non doveva dire la verità perché quella storia era vera ed era dettagliatamente provata, bensì che si era assentato per 4 giorni senza chiedere dei permessi (che non aveva neppure l’obbligo di chiedere!).

Neppure ha sfiorato le menti dei giudici l’ipotesi che il licenziamento potesse costituire una pura e semplice ritorsione per il fatto che il dipendente si fosse permesso di svelare all’opinione pubblica una verità che peraltro era ben nota a tutte le istituzioni. 

Tanta severità nella scelta di licenziare un proprio fidato dipendente proprio non si può comprendere né giustificare da parte di una società così attenta di non accorgersi del giro di mazzette, se non con la mera rappresaglia. Chissà se i vertici della magistratura e la Guardia di Finanza indagheranno in modo approfondito anche su questa vicenda.

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